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L’umanesimo plausibile: così l’Ai sta riscrivendo la cultura (senza che ne accorgiamo)

A meno che non stiate cercando informazioni sulla grammatica italiana, meglio non fidarsi ciecamente dell’Ai. È questo ciò che emerge dal rapporto di Libreriamo, il principale media digitale dedicato ai consumatori di cultura, basato sull’analisi di quasi 1.500 interazioni con sistemi di intelligenza artificiale generativa e ripreso da Espresso Communication.

L’utilizzo si fa particolarmente critico nell’ambito della cultura, dove 2 risposte su 10 contenevano errori grossolani o attribuzioni palesemente errate, e solo 4 su 10 risultavano plausibili.

Il 38% delle risposte è corretto e verificabile, il 44% rientra nella categoria dei contenuti plausibili (coerenti, ben costruiti, ma non autentici) e il 18% presenta errori evidenti o attribuzioni false. In pratica, tre risposte su cinque non restituiscono ciò che è stato scritto o pensato, ma una ricostruzione verosimile.

A fronte di un utilizzo sempre più diffuso anche tra i banchi di scuola, si fa spazio un “umanesimo plausibile”, con inevitabili conseguenze sulla formazione degli studenti e sulla cultura condivisa.

risposte Ai cultura
Come risponde l’Ai. Fonte: Libreriamo

“L’Ai sta cambiando radicalmente l’accesso alla conoscenza”

Le richieste (prompt) sono state costruite per simulare un utilizzo reale in sette ambiti: letteratura, poesia, libri, citazioni d’autore, massime filosofiche, opere d’arte, grammatica italiana, quest’ultima utilizzata come categoria di controllo. Ogni categoria è stata analizzata su 200 interazioni, con verifica sistematica delle risposte rispetto alle fonti originali.

Saro Trovato, sociologo dei linguaggi, dei media, delle culture e fondatore di Libreriamo spiega: “Abbiamo realizzato questo studio perché siamo convinti delle profonde potenzialità dell’intelligenza artificiale, sempre più evidenti e riconosciute anche a livello internazionale. Studi come il rapporto “OECD Digital Education Outlook 2026” mostrano che l’Ia sta trasformando radicalmente l’accesso alla conoscenza, rendendola più diffusa, personalizzata e immediata.

In questo scenario – continua Trovato – l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnologico, ma un vero e proprio acceleratore culturale: amplia le capacità cognitive, semplifica la complessità, rende plausibili risposte rapide e coerenti su una vasta gamma di temi.

Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato. Se tutto può apparire plausibile, diventa sempre più difficile distinguere tra ciò che è semplicemente verosimile e ciò che è autentico, tra velocità e profondità, tra sintesi e comprensione.

In questo spazio si inserisce la necessità di un nuovo paradigma: quello di un umanesimo plausibile. Un umanesimo che non rifiuta la tecnologia, ma la attraversa con consapevolezza critica, riaffermando il valore del contesto, delle fonti e del confronto umano”.

Un approccio concreto, da prendere con le pinze: “Se la plausibilità diventa il criterio dominante, il pericolo non è solo informativo, ma culturale: riguarda il modo in cui pensiamo, interpretiamo e produciamo contenuti. Il rischio non è che l’intelligenza artificiale scriva al posto nostro, ma che la plausibilità finisca per riscrivere ciò che chiamiamo letteratura”, aggiunge Trovato.

Verso un profilo culturale artificiale

Il rapporto evidenzia che l’utilizzo ripetuto dell’intelligenza artificiale e la circolazione di contenuti generati dall’Ai rischiano di creare un doppio effetto:

  • Il consolidamento di una rappresentazione semplificata e standardizzata del pensiero di filosofi, scrittori e artisti;
  • La contestuale e progressiva sedimentazione di versioni artificiali degli autori.

In pratica, il rischio non riguarda solo le risposte palesemente sbagliate, ma la costruzione di un profilo culturale artificiale.

Gli autori spiegano che questo processo si verifica in tre fasi:

  • Sintesi: il pensiero complesso viene ridotto a concetti chiave facilmente riconoscibili;
  • Ripetizione: le stesse associazioni vengono riproposte in modo ricorrente;
  • Consolidamento: l’immagine semplificata dell’autore diventa dominante.

La fascia più preoccupante non è quella degli errori palesi. Chi legge una data sbagliata o un titolo inesistente ha almeno la possibilità di accorgersene.

Il rischio più sottile sta nel 44% di contenuti plausibili: testi che funzionano dal punto di vista comunicativo, che suonano giusti, che si adattano all’immagine che abbiamo di un autore — ma che non corrispondono a nulla di reale.

È il meccanismo che trasforma Leopardi, Manzoni, Pascoli, Tolstoj, Dostoevskij in qualcosa di ibrido: né completamente loro, né apertamente falsi. Autori che continuano a circolare in rete con frasi che non hanno mai scritto, concetti che non hanno mai espresso, opere ridotte a narrazioni semplificate e rese accessibili a scapito del rigore.

I dati categoria per categoria

L’analisi per settori culturali rende il quadro più nitido. In letteratura, solo il 35% delle risposte è pienamente corretto. Il 45% è plausibile, il 20% contiene errori. In poesia la correttezza scende ulteriormente al 30%, mentre la plausibilità sale al 50%: in un caso su due, il contenuto non è verificabile pur risultando credibile.

Per i libri, il dato è ancora più marcato: il 25% di risposte corrette, il 59% plausibili, il 16% errate. L’apparente affidabilità nasconde però una semplificazione sistematica: la struttura generale dell’opera viene resa correttamente, mentre la complessità e la profondità vengono alleggerite fino a scomparire.

Il fenomeno raggiunge la sua forma più evidente nelle citazioni d’autore e nelle massime filosofiche. Qui la plausibilità supera sistematicamente il 60%: 62% per le citazioni, 65% per la filosofia. La correttezza si ferma rispettivamente al 15% e al 13%, con attribuzioni false nel 23% e nel 22% dei casi. Spesso, in questi ambiti, l’Ai non cita, ma ricostruisce il pensiero all’immagine dell’autore, lo rende coerente con ciò che ci si aspetta da lui, ma recide il legame con il testo originale.

Le opere d’arte si collocano in una posizione intermedia: 38% di correttezza, 42% di plausibilità, 20% di falsi d’autore. Anche qui il contenuto appare affidabile, ma tende a trasformarsi in narrazione semplificata.

L’unica eccezione: la grammatica italiana

L’unica categoria in cui l’Ai dimostra un’affidabilità solida è la grammatica italiana, dove la correttezza si attesta tra l’85% e il 90%.

Questo squilibrio non è irrilevante dal punto di vista culturale. Una risposta grammaticalmente ineccepibile dà un segnale implicito di affidabilità, abbassa la guardia del lettore e rende più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è plausibile.

Per approfondire sul tema: Il Sistema 0, ovvero come l’Ai sta già cambiando il cervello umano

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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