Mentre l’Italia continua a interrogarsi sul proprio “inverno demografico”, dall’altra parte del mondo, nella città-stato di Singapore, il primo ministro Lawrence Wong ha appena tracciato una linea netta tra il passato dei sussidi e un futuro basato sulla vivibilità. In un intervento tenutosi lunedì, durante la Eminent Speaker Series del Singapore Press Club, Wong ha affrontato il tema della crisi delle nascite con un approccio che scuote le fondamenta delle politiche demografiche tradizionali: se i bonus bebè non incentivano alla nascita di neonati, tanto vale concentrarsi sulla qualità della vita delle famiglie attuali.
Visualizza questo post su Instagram
Il “muro” dello 0,87
Il punto di partenza è un dato preoccupante: nel 2025, il tasso di fertilità totale di Singapore è crollato a un nuovo minimo storico di 0,87 figli per donna. Con un’espressione di scetticismo, Wong ha liquidato le voci diffuse dalle opposizioni circa un presunto piano segreto per portare la popolazione a 10 milioni di abitanti: “Come potremmo arrivare a 10 milioni con un tasso di fertilità così basso?” ha ribattuto il premier.
La realtà, ha spiegato Wong, è che Singapore è ancora lontana dal limite massimo di 6,9 milioni previsto dai piani precedenti e che, secondo le proiezioni attuali, la popolazione rimarrà significativamente al di sotto di tale soglia entro il 2030. L’obiettivo oggi non è più l’espansione, ma la stabilità per evitare un declino inarrestabile.
Non più “incentivi”, ma “ambiente familiare”
La vera notizia, tuttavia, risiede nel cambio di paradigma annunciato dal primo ministro. Singapore ha deciso di “resettare” il proprio approccio al matrimonio e alla genitorialità. Il governo locale ha incaricato un gruppo di lavoro specifico, guidato dalla ministra Indranee Rajah, di cambiare prospettiva. L’idea è tanto semplice quanto radicale: smettere di pensare a “incentivi alla procreazione” o a semplici “bonus bebè”. Wong ha ammesso con pragmatismo che molti Paesi hanno tentato di aumentare le nascite con massicce risorse economiche, ottenendo solo successi temporanei prima di un nuovo calo. “È un fenomeno globale”, ha osservato, notando come anche i Paesi in via di sviluppo stiano scivolando sotto i livelli di sostituzione.
La nuova strategia di Singapore punta così a migliorare la vita delle famiglie agendo sui pilastri dello stress quotidiano: costo della casa, assistenza all’infanzia, istruzione e sanità. “Alla fine, potrei non ottenere più bambini, ma vale comunque la pena farlo”, ha dichiarato Wong con una punta di amara onestà, sottolineando che l’obiettivo è rendere Singapore un luogo strutturalmente “family-friendly” piuttosto che un mercato di incentivi.
Gli alleati: l’immigrazione e l’intelligenza artificiale
Se le culle restano vuote, come può una nazione tecnologicamente avanzata continuare a correre? La risposta di Wong è duplice. Da un lato, Singapore manterrà la sua natura di “nazione di immigrati”, ma con flussi rigorosamente controllati per garantire che i nuovi arrivati condividano i valori e lo stile di vita locale, integrandoli pienamente nel tessuto sociale.
Dall’altro, entra in gioco la tecnologia. Wong ha collegato direttamente il calo demografico alla necessità di accelerare sull’Intelligenza artificiale. Se non ci saranno abbastanza persone, la produttività dovrà essere garantita dall’automazione e dall’innovazione tecnologica per mantenere gli standard economici della città-stato.
Una lezione per l’Europa?
La lezione di Wong non è solo un discorso di politica interna; è un monito per l’Occidente. Singapore ci dice che la crisi demografica non è un problema risolvibile staccando assegni, ma una sfida che richiede di ripensare il modo in cui le società supportano i propri cittadini nelle fasi più delicate della vita. In un mondo che invecchia, la competizione non sarà più solo per i capitali, ma per il benessere reale che una nazione sa offrire a chi decide di mettervi radici.
—
Welfare
content.lab@adnkronos.com (Redazione)


