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Sanità in carcere, il dossier Coina: “A Pisa cure sotto minaccia, a Pistoia aggressioni alle stelle”. Ultimatum al Governo

Le strutture penitenziarie italiane si stanno trasformando in vere e proprie zone di trincea per il personale sanitario. A lanciare l’allarme è il Coina, il sindacato delle professioni sanitarie, che attraverso una nuova indagine ha fotografato una situazione vicina al collasso sistemico a livello nazionale. Un’emergenza che colpisce duramente anche la Toscana, dove i penitenziari di Pisa e Pistoia registrano livelli di criticità altissimi per chi è chiamato a prestare cure mediche.

Il focus regionale delineato dal dossier restituisce un clima di tensione quotidiana. Nel carcere di Pisa, il 50% delle prestazioni sanitarie erogate all’interno dell’area clinica dedicata avviene sotto la costante minaccia rivolta ai professionisti. Il quadro non è meno drammatico a Pistoia: qui la struttura registra un tasso di sovraffollamento che tocca il 170%. Questa estrema saturazione degli spazi ha innescato un aumento del 35% delle aggressioni ai danni degli infermieri, episodi di violenza che risultano strettamente legati alle richieste di psicofarmaci da parte della popolazione detenuta.

I dati toscani si inseriscono in un disastroso contesto italiano. Il tasso medio nazionale di sovraffollamento si attesta al 130,6%, creando un terreno fertile per un rischio biologico che il sindacato definisce inaccettabile. L’alta densità abitativa favorisce infatti la potenziale diffusione di malattie gravi come l’Hiv, le epatiti croniche e la tubercolosi.

A pesare in modo decisivo sulla sicurezza è la profonda carenza di organico. L’indagine evidenzia come, specialmente durante i turni notturni, i fine settimana o i periodi di ferie, un singolo infermiere possa ritrovarsi da solo a gestire fino a 600 reclusi distribuiti in vari padiglioni. Si tratta di un abisso rispetto agli standard europei di Paesi come Francia e Spagna, dove viene garantito un professionista ogni 80-100 detenuti.

Questa solitudine operativa, unita all’impossibilità di intervenire tempestivamente nelle emergenze, si traduce in circa 4.500 episodi di violenza fisica e verbale all’anno in tutta Italia. Un numero che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg: il sindacato stima infatti che ben l’80% delle violenze rimanga un dato ‘sommerso’, poiché molti infermieri, ormai rassegnati, considerano sputi, spinte e intimidazioni come un rischio normale del proprio lavoro.

Di fronte a questa escalation, la sigla sindacale ha avanzato tre richieste imprescindibili alle istituzioni: un piano straordinario di assunzioni per portare il rapporto a un infermiere ogni 150 detenuti, l’istituzione di una specifica indennità economica per il rischio penitenziario e biologico, e infine l’obbligo di un presidio fisso della Polizia Penitenziaria a tutela dei sanitari, soprattutto durante le notti e al momento della somministrazione delle terapie.

A tirare le somme della vertenza è il segretario nazionale Marco Ceccarelli, che preannuncia dure mobilitazioni: “Siamo davanti a un massacro silenzioso e lo Stato ne è complice. Mentre in Europa si garantisce 1 infermiere ogni 100 detenuti, l’Italia manda un sanitario da solo tra 600 reclusi. Ad Avellino non hanno l’acqua, a Foggia e Poggioreale si prendono pugni in faccia. Se il Ministro Piantedosi e il Ministro Schillaci non interverranno con rinforzi immediati e presidi di polizia fissi accanto agli infermieri, proclameremo lo stato di agitazione nazionale. La nostra vita non è negoziabile”.

REDAZIONE

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