La Camera ha approvato all’unanimità un emendamento che introduce il voto per i fuorisede, consentendo a chi vive lontano dal proprio Comune di residenza per motivi di studio, lavoro o cure mediche di votare direttamente nel Comune dove si trova, senza dover rientrare a casa. Il sì è arrivato nell’ambito della discussione delle nuova legge elettorale, ribattezzata Stabilicum.
È una decisione che tocca un nodo rimasto aperto per anni nel sistema elettorale italiano: milioni di persone che, per ragioni di vita quotidiana, si trovano fisicamente lontane dal luogo dove sono registrate come elettori, e che finora hanno dovuto scegliere tra un viaggio spesso costoso e la rinuncia al voto.
Cosa cambia in pratica
Potranno votare nel Comune di domicilio, invece che in quello di residenza anagrafica, gli elettori che si trovano fuori sede per motivi di studio, lavoro o cure mediche. Per accedere a questa possibilità sarà necessaria l’iscrizione in un apposito elenco, attraverso una domanda telematica accompagnata da documentazione che attesti la condizione di fuorisede. Ci si può iscrivere entro il 31 dicembre di ogni anno per l’anno successivo, oppure entro 30 giorni dal trasferimento e in ogni caso almeno 45 giorni prima del voto.
La misura riguarda le elezioni politiche, quelle europee e i referendum, ma non si applica alle elezioni amministrative, che restano legate al criterio della residenza nel Comune. Il provvedimento, dopo il via libera della Camera, dovrà ora proseguire il suo percorso al Senato prima di diventare legge a tutti gli effetti. L’unanimità ottenuta a Montecitorio è un sigillo di garanzia sul voto di Palazzo Madama, ma l’approvazione è legata a quella dello Stabilicum, la legge elettorale nella quale trova spazio l’emendamento.
Quanti fuorisede ci sono in Italia
Per capire la portata della misura serve guardare ai numeri, anche se qui la prudenza è d’obbligo: le stime sui fuorisede in Italia cambiano sensibilmente in base alla definizione adottata, e non esiste un dato unico e universalmente condiviso.
Secondo il Ministero dell’Università e della Ricerca, nell’anno accademico 2022/2023 gli studenti universitari fuorisede erano circa 391.000 su un totale di 1,6 milioni di iscritti. Una lettura più ampia, che considera gli studenti iscritti in una regione diversa da quella di residenza, porta il numero a 401.720 nel 2023/24, di cui 57.490 provenienti dall’estero.
Se invece si applica un criterio più stringente, basato sulla distanza o sul tempo di viaggio necessario per rientrare a casa, la cifra scende a 333.587.
Al di là della definizione scelta, si tratta comunque di centinaia di migliaia di persone, concentrate soprattutto tra studenti universitari ma non solo, che vivono una condizione di distanza stabile o prolungata dal proprio Comune di residenza. È una popolazione ampia, in gran parte giovane, e strutturalmente mobile, il che rappresenta una caratteristica ricorrente del percorso di studio e di lavoro in Italia.
Il percorso politico: dalla sperimentazione alla riforma
Il tema del voto ai fuorisede è stato oggetto di discussione ricorrente negli anni, ma i primi passi concreti sono relativamente recenti.
Nel 2024 è stata avviata una prima sperimentazione, limitata agli studenti universitari fuorisede, in occasione delle elezioni europee. Nel 2025 questa sperimentazione è stata ampliata, includendo non solo studenti ma anche lavoratori e persone in cura lontano dal proprio Comune, in occasione dei referendum di giugno. Il percorso, tuttavia, non è stato lineare: per il referendum sulla giustizia del 2026 il voto fuorisede non è stato concesso, segno che la strada verso un meccanismo stabile e generalizzato non era ancora stata completata.
È in questo contesto che si inserisce l’approvazione unanime della Camera: un tentativo di trasformare una sperimentazione parziale e discontinua in una regola strutturale, valida per le principali consultazioni elettorali.
Perché la misura conta
Chi vive fuori sede per studio o lavoro è spesso proprio la fascia di popolazione più esposta alle difficoltà pratiche del voto: giovani che si sono trasferiti in un’altra città per l’università, lavoratori che si spostano per un impiego, persone che si trovano temporaneamente lontano da casa per motivi di cura (un fenomeno che riguarda sempre più anziani secondo i dati Svimez). Per queste persone, tornare nel Comune di residenza nel giorno delle elezioni ha significato per anni un costo, in termini di tempo e denaro, che ha finito per scoraggiare la partecipazione al voto.
Una frizione in via di riduzione
Se il provvedimento completerà il suo percorso anche al Senato, la novità principale sarà proprio questa: ridurre una delle frizioni più concrete tra la residenza formale e la vita effettiva delle persone. Non si tratta di una riforma capace, da sola, di risolvere il problema della partecipazione elettorale in Italia, né di eliminare le disuguaglianze che pesano sulla mobilità giovanile e territoriale. Ma è il primo passo per riconoscere il diritto di voto a una parte di popolazione che per decenni è stata tagliata fuori dal voto.
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Giovani
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