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Troppi “fratelli”? L’Europa dice basta ai super-donatori

Immagina di scoprire, da adulto, di avere non uno, non due, ma oltre 550 fratelli sparsi per il mondo. È il caso del donatore olandese che ha scosso l’opinione pubblica negli ultimi anni e che rappresenta solo la punta dell’iceberg di un sistema che, finora, ha faticato a tenere il passo con la globalizzazione della medicina riproduttiva. Così la Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre) ha pubblicato un “position paper” che delinea una vera e propria rivoluzione regolatoria.

Il fallimento dei confini nazionali

Attualmente, quasi ogni Paese europeo ha i propri limiti (ad esempio, in termini di nati per donatore), ma questi sono facilmente aggirabili. Un donatore può raggiungere il limite in Danimarca, poi donare in una clinica privata o vedere i propri gameti esportati in Belgio o in Italia, dove il conteggio riparte da zero. Per chi nasce, però, il numero totale di “fratelli biologici” non cambia in base allo Stato in cui si trova: è un legame genetico che prescinde dai confini.

La svolta: contare le “famiglie”, non i bambini

La proposta della Eshre è il passaggio dal conteggio dei figli nati a quello dei nuclei familiari. Perché? Per garantire la cosiddetta “agenzia riproduttiva” delle famiglie. Se una coppia desidera un secondo o terzo figlio dallo stesso donatore per mantenere il legame genetico tra fratelli, deve poterlo fare senza che questo “bruci” slot preziosi nel limite totale.

 Si propone perciò di partire da un tetto di 50 famiglie per donatore, per poi scendere gradualmente a 15 o meno. Questo approccio graduale serve a evitare un collasso immediato delle scorte di gameti nelle banche europee.

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“Mi sento prodotto in serie”: l’aspetto psicologico

Il documento pone il benessere dei nati da donazione come priorità assoluta. Le testimonianze raccolte mostrano che scoprire di avere centinaia di fratelli biologici genera un senso di mercificazione, come se si fosse stati “prodotti in serie”. Inoltre, in un’epoca di test del Dna casalinghi, molti giovani cercano i propri “donosiblings”, alias: fratelli e sorelle da donazione. Gestire un network di 10 o 15 relazioni è possibile; gestirne centinaia può essere emotivamente travolgente e destabilizzante sia per i figli che per i donatori stessi.

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Sicurezza genetica e il mito della consanguineità

Spesso si teme che troppi figli di un solo donatore possano, un domani, incontrarsi e procreare tra loro senza sapere di essere fratelli. La Eshre chiarisce che, grazie alla dispersione geografica, questo rischio è estremamente basso. Il vero problema è la diffusione di malattie genetiche rare. Se un donatore scopre di essere portatore di una patologia grave anni dopo la donazione, rintracciare 15 famiglie è un’operazione di sanità pubblica fattibile; rintracciarne 500 è quasi impossibile. Per questo si propone anche uno stop di 20 anni all’uso dei gameti di un donatore: il tempo di una generazione, per evitare eccessivi divari di età tra i figli biologici.

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Le sfide: costi e liste d’attesa

Porre in tetto alle donazioni, però, ha anche degli svantaggi. Introdurre limiti più stretti significa che le cliniche avranno bisogno di molti più donatori per soddisfare la richiesta. Questo comporterà inevitabilmente un aumento dei costi: reclutare e sottoporre a screening un numero maggiore di donatori è costoso. Ma anche liste d’attesa più lunghe e un crescente rischio del “mercato nero”. Se il sistema legale diventa troppo lento o costoso, molti pazienti si potrebbero rivolgere a donazioni private non regolate (spesso tramite social network), perdendo ogni tutela medica e legale.

Il futuro: un “Passaporto del Donatore” europeo?

Per far funzionare tutto questo, la Eshre chiede a gran voce un registro unico dell’Unione europea. Solo un database condiviso può monitorare se un donatore sta rispettando i limiti in tutto il continente. In attesa di questa infrastruttura, l’appello è alle banche dei gameti affinché si auto-regolino e ai donatori affinché firmino dichiarazioni di onestà su precedenti donazioni.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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