L’Italia perde oltre 220mila nascite in 17 anni: nel 2025 nuovo minimo storico

In Italia sono nati 355.772 bambini nel 2025, oltre 220mila in meno rispetto al 2008. Una contrazione del 38,3% in diciassette anni che ha portato le nascite a un nuovo minimo storico. Dietro il calo, confermato dall’ultimo rapporto Istat, c’è però un meccanismo demografico che rende particolarmente difficile invertire la tendenza: l’Italia ha sempre meno potenziali genitori, perché le generazioni nate durante i precedenti decenni di bassa natalità sono progressivamente meno numerose.

La diminuzione delle nascite è alimentata da due fenomeni che si rafforzano reciprocamente. Da una parte si restringe la popolazione in età riproduttiva, dall’altra continua a diminuire il numero medio di figli per donna, sceso a 1,14 nel 2025 rispetto a 1,18 dell’anno precedente. Nemmeno i primi dati del 2026 indicano un’inversione: tra gennaio e luglio sono nati 196.864 bambini, circa 2mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.

La denatalità genera altra denatalità

Il 2008 rappresenta uno spartiacque nella storia demografica recente. In quell’anno nacquero oltre 576mila bambini, il massimo registrato negli anni Duemila, con una fecondità media di 1,44 figli per donna. Da allora le nascite sono diminuite quasi ininterrottamente.

La riduzione della fecondità, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. Il numero complessivo dei bambini che nascono dipende anche da quante donne si trovano nelle età riproduttive. Ed è proprio questa componente a rendere più difficile una ripresa.

Secondo l’Istat, oltre il 65% delle nascite attuali riguarda donne tra i 30 e i 40 anni, nate prevalentemente tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. In quel periodo la fecondità italiana era già fortemente diminuita: il numero medio di figli per donna passò da 1,45 nel 1985 a 1,19 nel 1995.

Quelle generazioni meno numerose sono oggi le principali protagoniste della natalità. Anche nell’ipotesi di un aumento del numero medio di figli per donna, il totale delle nascite potrebbe quindi rimanere contenuto. È il meccanismo attraverso il quale la denatalità del passato continua a condizionare quella presente, contribuendo anche al progressivo invecchiamento della popolazione italiana.

A questo squilibrio strutturale si aggiunge il calo della propensione ad avere figli. Nel 2025 sono nati 174.842 primogeniti, il 3,7% in meno rispetto all’anno precedente. I secondi figli sono stati 127.479, in diminuzione del 4,8%, mentre le nascite di terzo ordine o superiore si sono fermate a 53.451.

Il confronto con il 2008 evidenzia la profondità del cambiamento: le nascite dei primi figli sono diminuite del 38,6% e quelle dei secondi del 41,1%. Il fenomeno coinvolge quindi sia l’ingresso nella genitorialità sia la possibilità di allargare una famiglia già esistente.

Le differenze territoriali sono altrettanto marcate. Nel 2025 la Sardegna ha registrato la fecondità più bassa d’Italia, con appena 0,85 figli per donna, mentre la provincia autonoma di Bolzano ha raggiunto 1,54. Anche nei territori con i valori più elevati, comunque, la fecondità resta al di sotto della soglia di circa 2,1 figli per donna, necessaria al ricambio generazionale in assenza di migrazioni.

Il primo figlio arriva sempre più tardi

Il calo della natalità si accompagna a un progressivo rinvio della genitorialità. Nel 2025 l’età media delle donne alla nascita del primo figlio ha raggiunto i 32 anni, quasi quattro in più rispetto al 1995, quando era pari a 28,1. Considerando tutte le nascite, l’età media al parto è salita a 32,7 anni.

Lo spostamento emerge soprattutto nel confronto tra livelli di istruzione. Secondo l’Istat, nel 2025 le donne laureate hanno registrato una fecondità di 1,09 figli per donna, contro 1,58 tra quelle con la sola licenza media. L’età media al parto raggiunge 34,9 anni tra le laureate e si ferma a 29,7 tra le donne meno istruite.

La differenza riflette percorsi formativi e professionali diversi, senza dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto tra istruzione e numero di figli. L’allungamento degli studi, l’ingresso nel mercato del lavoro e la ricerca di una posizione stabile possono contribuire a posticipare la maternità, restringendo anche il tempo disponibile per eventuali nascite successive. Il fenomeno si inserisce in una trasformazione più ampia del calendario della maternità in Italia.

Le difficoltà emergono dalle intenzioni riproduttive degli italiani. Secondo un’indagine Istat pubblicata nel dicembre 2025, soltanto il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni dichiarava di voler avere certamente o probabilmente un figlio nei tre anni successivi, rispetto al 25% del 2003.

Tra coloro che escludevano una nascita nel breve periodo, circa un terzo continuava comunque a desiderare figli in futuro. Una parte delle decisioni viene dunque rinviata, spesso in attesa di condizioni considerate più favorevoli. Il divario tra desideri e possibilità concrete emerge anche dalle intenzioni di fecondità degli italiani.

Tra le oltre 10,5 milioni di persone che dichiaravano di non volere figli, o altri figli, né nel breve periodo né successivamente, circa un terzo indicava motivazioni economiche, il 9,4% condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% l’assenza di un partner.

La percezione delle conseguenze professionali della genitorialità presenta inoltre forti differenze di genere. Circa la metà delle donne riteneva che avere un figlio avrebbe peggiorato le proprie opportunità lavorative, mentre il 59% degli uomini non prevedeva conseguenze sulla propria posizione.

Il divario tra desideri e possibilità concrete emerge anche dal confronto tra intenzioni e nascite effettive. Seguendo le persone che nel 2016 avevano dichiarato di volere un figlio, l’Istat ha rilevato che meno della metà delle donne aveva realizzato quel progetto nei tre anni successivi.

La contrazione delle nascite prosegue intanto nel 2026, sebbene a un ritmo meno intenso. Nei primi sette mesi dell’anno il calo rispetto allo stesso periodo del 2025 è stato dell’1,1%. Il dato è ancora provvisorio e non permette di stabilire se il rallentamento rappresenti l’inizio di un cambiamento duraturo.

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