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Aborto sicuro, un diritto ancora poco riconosciuto: la denuncia dell’Associazione Luca Coscioni

Privare le donne della libertà di scelta sul proprio corpo costituisce una lesione profonda della dignità femminile. È questo l’assunto emerso dalle parole dell’Associazione Luca Coscioni in Italia, che trova pieno riscontro nelle relazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e negli accorati appelli delle Nazioni Unite. In occasione della Giornata Internazionale per l’Aborto Sicuro, che si è celebrata il 28 settembre, la società civile, le Ong e le associazioni si sono sollevate in un unico coro per riaffermare solennemente che i diritti sessuali e riproduttivi costituiscono diritti umani fondamentali, indispensabili per garantire il diritto alla salute, la dignità, l’uguaglianza e la non discriminazione.

L’aborto in Italia: un percorso a ostacoli

Nel contesto italiano, a quasi cinquant’anni dall’approvazione della Legge 194, la piena attuazione dei percorsi di interruzione volontaria di gravidanza rimane fortemente ostacolata da barriere burocratiche e resistenze ideologiche. Le stesse relazioni ufficiali del Governo, spiega Coscioni in una nota, continuano a basarsi su dati sistematicamente obsoleti e aggregati per sole medie regionali, una modalità che nasconde i reali disservizi e le profonde disuguaglianze presenti a livello locale e nei singoli presidi ospedalieri.

Le linee di indirizzo ministeriali aggiornate nel 2020 prevedono chiaramente la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico fino alla nona settimana di gestazione in regime ambulatoriale o presso i consultori, consentendo alle donne di assumere il secondo farmaco nella sicurezza della propria abitazione. A distanza di anni, pochissime Regioni garantiscono concretamente questo percorso. Come denunciato dalla ginecologa e consigliera generale Anna Pompili, dalla ginecologa e vicesegretaria Mirella Parachini e dalla bioeticista Chiara Lalli, l’imposizione del ricovero ospedaliero forzato non apporta alcun beneficio in termini di sicurezza medica, esponendo al contrario le pazienti al rischio del tutto evitabile di infezioni nosocomiali. Dietro la mancata applicazione delle direttive nazionali si cela una visione “chiaramente moralistica e paternalistica”, che limita la libertà decisionale femminile e considera l’interruzione di gravidanza un dramma in cui la donna non viene ritenuta nemmeno capace di gestire l’assunzione di un farmaco a casa propria, provocando parallelamente un ingiustificato spreco di risorse per il Servizio Sanitario Nazionale.

Emblematico di questa inerzia amministrativa è il caso della Campania, dove sono trascorsi tre anni soltanto per approvare la delibera di recepimento nel dicembre 2023 e ulteriori tre anni per elaborare un protocollo operativo nell’aprile 2026, rimasto tuttora inattuato. Per contrastare questi ostacoli e superare le gravissime limitazioni causate dall’elevata percentuale di obiezione di coscienza, l’Associazione Luca Coscioni rilancerà la campagna “Aborto senza ricovero” al suo prossimo Congresso nazionale, in programma a Napoli dal 9 all’11 ottobre.

Il diritto ad un aborto sicuro nel mondo

Questa complessa realtà italiana si inserisce in un quadro globale drammatico e caratterizzato da acute emergenze sanitarie. I dati diffusi dall’Oms evidenziano infatti che il 45% delle interruzioni di gravidanza praticate nel mondo non avviene in condizioni di sicurezza, poiché svolte da personale non qualificato o in ambienti privi dei requisiti igienico-sanitari minimi. Tale insicurezza chirurgica e farmacologica rappresenta una piaga umanitaria responsabile di una quota compresa tra il 4,7% e il 13,2% di tutta la mortalità materna globale, causando ogni anno tra i 13.865 e i 38.940 decessi del tutto evitabili. Di fronte a questo scenario, gli esperti dell’Onu per i diritti umani hanno rilasciato una dichiarazione congiunta incentrata sul tema “Solidarietà e azione: giustizia riproduttiva e polarizzazione”, denunciando con forza l’ondata di regressione ideologica che sta colpendo l’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva.

Gli esperti dell’Onu segnalano come l’inasprimento delle leggi restrittive, la disinformazione, lo stigma sociale, la polarizzazione politica e i drastici tagli ai finanziamenti sanitarî e all’assistenza internazionale stiano compromettendo le tutele essenziali. Le conseguenze più devastanti di questi tagli si abbattono sulle donne e sulle ragazze che versano in condizioni di maggiore vulnerabilità e marginalizzazione, tra cui le persone in stato di povertà, le adolescenti, le appartenenti a minoranze etniche, le donne con disabilità, le rifugiate e le popolazioni che vivono in contesti di conflitto o di crisi umanitaria.

Per queste ragioni, gli esperti dell’Onu sollecitano i Governi a proteggere il personale sanitario, le organizzazioni civili e i difensori dei diritti umani, ribadendo che l’autonomia sul proprio corpo è il presupposto imprescindibile per il raggiungimento della parità di genere e per il pieno esercizio di ogni diritto civile, politico ed economico.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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