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Mano pakistana, zampino cinese e guerra in Libano: retroscena di un ‘accordo’

(Adnkronos) – C’era chi parlava di mediatore “improbabile”. Eppure il Pakistan avrebbe passato messaggi, fatto da intermediario e sarebbe riuscito a portare al mondo una tregua tra Stati Uniti e Iran, annunciata dopo più di un mese di operazioni americane e israeliane che hanno martellato la Repubblica islamica e a cui Teheran non ha mancato di rispondere con obiettivi nei Paesi del Golfo nel mirino. Nelle ore precedenti l’annuncio, ricostruisce la Bbc, c’erano piccoli segnali di speranza dal Pakistan e una fonte ha raccontato alla rete britannica di colloqui che andavano avanti a “ritmo sostenuto” con Islamabad che faceva da intermediario tra Iran e Usa. A trattare da parte pakistana c’era una “cerchia molto ristretta” e l’atmosfera era “cupa e seria ma sempre fiduciosa che il risultato” sarebbe stato “una cessazione delle ostilità”. Ora, dopo gli annunci della notte, restano cautela e “molta prudenza” di fronte a quella che la fonte della Bbc definisce come una situazione che resta “delicata”. 

Intanto, citando tre funzionari iraniani, il New York Times conferma le indiscrezioni secondo cui ci sarebbe stato un forte pressing dell’ultima ora della Cina sull’Iran, Paese in cui il gigante asiatico – amico di Teheran, e anche di Islamabad – fa shopping di petrolio. Le fonti del giornale parlano del lavoro diplomatico di Islamabad e delle pressioni last-minute del Dragone, che – dicono – ha chiesto a Teheran di dare prova di flessibilità e allentare le tensioni. Nessuna conferma e nessuna smentita per ora dalla diplomazia cinese, che si è limitata a insistere sul lavoro della Repubblica Popolare per la pace in Medio Oriente. Un equilibrio delicato. 

La Cina ha “lavorato in modo attivo per promuovere la pace e fermare i combattimenti sin dall’inizio del conflitto in Iran”, ha ripetuto stamani la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, interpellata sulle parole di Donald Trump sul ruolo del gigante asiatico. E ha ricordato che il capo della diplomazia cinese Wang Yi, che era in Pakistan nei giorni scorsi, ha avuto una raffica di contatti telefonici con altri ministri degli Esteri, ha evocato il lavoro dell’inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente e l’iniziativa in cinque punti proposta nei giorni scorsi con il Pakistan per porre fine al conflitto. 

Con l’Iran il Pakistan condivide un confine lungo oltre 900 chilometri e con Teheran afferma di avere relazioni “fraterne”. Non solo. A capo dell’Esercito pakistano c’è il potente Asim Munir, noto per essere “il feldmaresciallo preferito di Trump”. Con lui, e con il premier israeliano Benjamin Netanyahu – secondo il Nyt, che cita due funzionari americani – il tycoon avrebbe parlato poco prima dell’annuncio della tregua. Ed erano arrivate dai militari pakistani le parole più dure contro Teheran pronunciate dal Pakistan dall’inizio del conflitto. 

Era solo ieri mattina quando il giornale pakistano Dawn dava notizia della condanna degli attacchi contro le infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita – con cui Islamabad ha un patto di difesa – considerati una “escalation non necessaria” potenzialmente in grado di “vanificare gli sforzi sinceri per risolvere il conflitto con mezzi pacifici”. Ore dopo il premier pakistano, Shehbaz Sharif, scriveva su X del proseguimento del lavoro diplomatico, con la richiesta a Trump di “prorogare di due settimane” l’ultimatum e all’Iran di “aprire lo Stretto di Hormuz”. E poi ancora veniva annunciato il cessate il fuoco, con l”invito’ da parte del Pakistan a Stati Uniti e Iran a incontrarsi venerdì a Islamabad per “ulteriori negoziati” per “un accordo definitivo per risolvere tutte le controversie”.  

Secondo l’agenzia iraniana Isna, a guidare la delegazione di Teheran sarà Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento iraniano, mentre per gli Usa ci sarà il vicepresidente JD Vance. La Tasnim, altra agenzia iraniana, sostiene invece non ci sa nulla di deciso. Il punto, osserva la Bbc, è su cosa possano trovare un accordo Usa e Iran. 

Per ora, è convinto Wu Xinbo, esperto di politica estera alla Fudan University di Shanghai citato dal Nyt, la Cina – che attende la visita di Trump prevista per metà maggio – ha avuto un ruolo attivo nel raggiungimento del cessate il fuoco, non solo esortando il Pakistan a lavorare da mediatore, ma anche sollecitando direttamente l’Iran affinché si arrivasse a un’intesa. 

A poche ore dagli annunci, qualcosa che non torna c’è. Nel post della notte su X Sharif ha scritto che Iran e Stati Uniti, “con i loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, anche in Libano e altrove, con effetto immediato”. Qualche ora dopo Israele, con una dichiarazione diffusa dall’ufficio del premier Benjamin Netanyahu, ha fatto sapere di “sostenere la decisione del presidente Trump di sospendere i raid contro l’Iran per due settimane a patto che l’Iran apra immediatamente lo Stretto di Hormuz e fermi tutti gli attacchi contro Usa, Israele e Paesi nella regione”. Ma ha anche puntualizzato che “il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano”. E le forze israeliane (Idf) hanno confermato: “Continuano operazioni di terra mirate in Libano contro gli Hezbollah”, storicamente sostenuti dall’Iran.  

 

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