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Iran, dalle criptovalute al petrolio: ecco come Teheran prova a sopravvivere alle sanzioni Usa

(Adnkronos) –
Le criptovalute per evitare le sanzioni Usa e lo Yuan come sistema alternativo per le transazioni finanziarie. Sono queste alcune delle alternative di Teheran per evitare di ritrovarsi “strangolato” nella morsa degli Stati Uniti che hanno lanciato l’Operazione Economic Outcast per mettere l’Iran sotto pressione sul piano finanziario e cercare di costringere il regime a fare concessioni per porre fine al conflitto in Medio Oriente.  

Washington ha avvertito i leader mondiali di interrompere gli affari con l’Iran e ha minacciato di escludere dal sistema finanziario statunitense le aziende che dovessero continuare a farlo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti stanno imponendo un blocco ai porti iraniani, soffocando la principale fonte di finanziamento del regime. Ma basterà? L’Iran, osserva il ‘Wall Street Journal’, ha trascorso anni a costruire un complesso sistema di vendita del petrolio e di attività bancarie clandestine nell’ombra, nella speranza che possa sostenere la propria economia e le proprie forze armate abbastanza a lungo da resistere all’offensiva economica. E sono numerosi i modi con cui Teheran cerca di attenuare la pressione statunitense. 

 

Il blocco navale statunitense dei porti iraniani, rileva il quotidiano economico Usa, ha ridotto quasi a zero le esportazioni di petrolio dell’Iran, la sua principale fonte di entrate. Teheran dispone però ancora di milioni di barili di petrolio immagazzinati al largo, principalmente nelle acque antistanti la Malesia. La Cina acquista oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane e, sebbene il blocco abbia limitato le consegne, secondo la società di analisi dei dati Kpler Pechino ha importato più di 500.000 barili al giorno finora ad agosto”. Queste consegne, osserva il ‘Wsj’, “si basano su un elaborato sistema di trasferimenti da nave a nave, nel quale petroliere sottoposte a sanzioni trasferiscono il greggio su altre imbarcazioni in acque internazionali al largo della Malesia, per mascherarne l’origine. Le navi trasportano quindi il carico in Cina, dove viene registrato come importazione non iraniana. La società di monitoraggio delle navi Vortexa stima che l’Iran disponga di circa 80 milioni di barili di greggio stoccati su petroliere nelle acque asiatiche, per un valore potenziale di miliardi di dollari di entrate per Teheran”. 

Anche la valuta cinese offre un’alternativa per le transazioni finanziarie. Le sanzioni statunitensi, sottolinea il ‘Wall Street Journal’, mirano generalmente a escludere i Paesi colpiti dal sistema finanziario americano, trasformandoli in paria economici e minacciando le aziende che osano commerciare con loro. Tuttavia, le sanzioni diventano meno efficaci se i Paesi avversari cercano di evitare completamente il sistema finanziario statunitense e il dollaro. “L’Iran vende la maggior parte del proprio petrolio alla Cina, inclusi i 6 miliardi di dollari durante la breve tregua con gli Stati Uniti nel corso dell’estate, e queste transazioni vengono sempre più finanziate in yuan cinesi. L’Iran utilizza poi lo yuan per acquistare beni e servizi dalla Cina oppure baratta il petrolio in cambio della realizzazione, da parte di aziende cinesi, di infrastrutture sul territorio iraniano. Queste transazioni sfuggono alla supervisione dei funzionari statunitensi e attenuano l’impatto delle sanzioni americane”. 

Yuan ma non solo. L’Iran, rileva il quotidiano economico Usa, utilizza anche le criptovalute per evitare il controllo statunitense. “L’ecosistema delle criptovalute iraniano – scrive il ‘Wsj’ – è cresciuto rapidamente negli ultimi anni, poiché le sanzioni hanno limitato l’accesso del regime alle valute tradizionali come il dollaro statunitense. Secondo alcuni ricercatori, il regime iraniano ha utilizzato miliardi di dollari in criptovalute per effettuare scambi e acquistare armi e materie prime. Anche il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano ha utilizzato gli exchange di criptovalute per ricevere pagamenti derivanti dalle vendite di petrolio, in particolare dalla Cina. In risposta, Washington ha imposto sanzioni contro exchange di criptovalute iraniani e ha sequestrato oltre 1 miliardo di dollari in valuta digitale proveniente dall’Iran. Ciò ha reso più difficile e costoso per Teheran trasferire denaro attraverso questi canali. Tuttavia, controllare il mercato è complicato perché gran parte del settore non è regolamentata e le transazioni possono essere anonime. Secondo i ricercatori, le piattaforme iraniane di criptovalute sanzionate da Washington rappresentano soltanto i nodi più importanti di una rete molto più ampia”. 

Anche le società di comodo aiutano l’Iran ad accedere ai dollari. Secondo funzionari occidentali l’Iran ha ancora bisogno di accedere al dollaro statunitense e ad altre valute per acquistare prodotti e armi e trasferire denaro ai propri alleati in Medio Oriente, come Hezbollah e gli Houthi. Teheran, riferisce il ‘Wsj’, “gestisce una rete di società di comodo in centri finanziari come Hong Kong e Dubai, controllate da operatori di cambio iraniani. Queste società trasferiscono i proventi delle vendite di petrolio e delle altre esportazioni iraniane in valute come dollari, euro e dirham degli Emirati Arabi Uniti. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha utilizzato le sanzioni per colpire duramente aziende e individui coinvolti in questo sistema. Ma si tratta di una sorta di gioco del ‘gatto e del topo’: quando Washington sanziona una società di copertura, Teheran ne crea semplicemente un’altra. Inoltre, molte giurisdizioni si sono dimostrate riluttanti a contrastare la rete iraniana”. 

Il sistema clandestino dell’Iran, inoltre, osserva il quotidiano, consente a Teheran di acquistare materiali utilizzati per produrre droni, missili balistici e altre armi, principalmente da aziende cinesi che talvolta non sono a conoscenza dell’acquirente finale. Anche quando le aziende cinesi sanno che i materiali sono destinati all’Iran, spesso sono troppo piccole per preoccuparsi delle sanzioni statunitensi oppure sono già scollegate dal sistema finanziario globale. Per esempio, il drone d’attacco iraniano Shahed, che contiene componenti cinesi, ha rappresentato una minaccia per gli alleati degli Stati Uniti e ha contribuito a erodere il vantaggio militare americano. 

 

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