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Danimarca e Usa sul ghiaccio, a Milano Cortina il derby Groenlandia: quando l’hockey diventa geopolitica

(Adnkronos) – Ghiaccio bollente. Appuntamento al Santa Giulia Ice Hockey Arena, dove Danimarca e Usa scendono sul ghiaccio per il match del Group C del torneo maschile di hockey delle olimpiadi Milano Cortina. Sulla carta è una partita del girone preliminare. Nella sostanza, (forse) qualcosa di più. Gli Stati Uniti partono favoriti per profondità di roster e tradizione. La Danimarca arriva con meno talento individuale, ma con un surplus emotivo. La Groenlandia — territorio autonomo danese al centro degli appetiti strategici di Donald Trump – diventa il convitato di pietra. Qualcuno, tra addetti ai lavori e semplici curiosi, lo chiama già “derby della Groenlandia”.  

Antica tradizione. L’hockey su ghiaccio, la storia insegna, ha spesso travalicato il perimetro sportivo. È disciplina di confine: fisica, identitaria, nazionale. Durante la Guerra Fredda è teatro simbolico dello scontro tra blocchi. La Genesi resta la Summit Series 1972: otto incontri di hockey su ghiaccio disputate fra le nazionali dell’Unione Sovietica e del Canada. Dopo l’avvio choc in Canada, la serie si decide a Mosca con il gol di Paul Henderson a 34 secondi dalla fine di Gara 8. Liberazione nazionale per Ottawa, rivincita simbolica per l’Occidente: sconfitta per il gigante comunista. Sullo sfondo veleni e robe da spy story: accuse di arbitraggi filo-sovietici, incidenti sul ghiaccio, scorrettezze in campo.  

Otto anni dopo, Olimpiadi Invernali di Lake Placid 1980, il ‘Miracle on Ice’: miracolo sul ghiaccio. Gli Stati Uniti di Herb Brooks battono 4-3 l’Urss dominatrice. Mezzo miracolo: la squadra statunitense è composta da dilettanti e giocatori universitari, l’Urss un colosso. In piena crisi afghana, con il boicottaggio americano di Mosca 1980 alle porte, quella semifinale diviene racconto epico di riscatto ideologico, quasi profezia: reaganismo vincente, fine del comunismo vicina. La Casa Bianca apre le porte alla squadra; il ghiaccio è caldo. 

Ancora prima, mondiali 1969 a Stoccolma: sono le braci di un fuoco spento. Le vittorie cecoslovacche sull’Urss accendono proteste di massa contro la normalizzazione seguita alla Primavera di Praga, ormai piegata. Gli studenti scendono in piazza: “Stavolta abbiamo vinto noi”. Gli slogan: “Brežnev 3, Dubček 4”. Hockey e guerra fredda, ma anche hockey e libertà: sempre l’Urss di mezzo. Tempi più recenti, molto più recenti: 2025, al Four Nations Face-Off, Usa-Canada degenera in una zuffa epica: 3 risse in 9 secondi e botte da orbi. Poco prima l’affronto di Donald Trump ai vicini nord-americani: dazi sulle merci o una stellina in più sulla bandiera degli Usa. (di Andrea Persili) 

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