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Cybersecurity Act 2, per Ducci la sfida del phase out: sicurezza europea senza cancellare strumenti e investimenti

(Adnkronos) – Il nuovo Cybersecurity Act 2 introduce un meccanismo destinato a cambiare profondamente la gestione delle catene di approvvigionamento tecnologiche in Europa: sulla base di una valutazione del rischio a livello unionale, la Commissione potrà qualificare un Paese terzo come fonte di preoccupazione per la cybersicurezza e designare le sue imprese come fornitori ad alto rischio. Da questa decisione potranno discendere divieti, esclusioni e obblighi di sostituzione che riguarderanno reti, infrastrutture e prodotti. 

Stefania Ducci, capo della divisione strategia e politiche di cybersicurezza in ambito Ue dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, ha illustrato le implicazioni del dossier durante la conferenza “Tecnologia, potere, regole: la nuova partita della sovranità europea”, organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia. 

L’Acn è l’amministrazione capofila italiana nel negoziato sul Cybersecurity Act 2 e sta coinvolgendo le altre amministrazioni, il Dipartimento per gli Affari europei e il tessuto industriale. L’Agenzia ha già avviato consultazioni con operatori privati, soggetti sottoposti alla Nis 2 e imprese delle telecomunicazioni, direttamente interessate dal Titolo IV sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento Ict. 

L’elemento di novità è il passaggio da un approccio prevalentemente tecnico a un meccanismo che comprende una valutazione geopolitica della provenienza. Una volta designato un Paese terzo, le sue aziende potranno essere considerate high-risk vendor e i soggetti sottoposti alla Nis 2 potrebbero non poter utilizzare componenti provenienti da quei fornitori, né nelle infrastrutture né nei prodotti realizzati. L’impatto, ha sottolineato Ducci, sarebbe quindi esteso a una parte molto ampia del sistema produttivo. 

L’obiettivo europeo di ridurre dipendenze tecnologiche critiche è condivisibile. Le catene Ict sono globali e interconnesse, e una vulnerabilità presente in uno Stato membro può propagarsi all’intera Unione. Ma l’Europa non parte da zero. Diversi Paesi, e in particolare l’Italia, hanno già costruito strumenti nazionali per gestire i rischi: Golden Power, perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, disciplina Nis e misure sulla protezione delle infrastrutture critiche. 

Ducci ha richiamato anche la legge 90 del 2024, che introduce criteri premiali negli appalti pubblici per le aziende che utilizzano tecnologie provenienti da Stati membri dell’Ue, della Nato o da Paesi legati da accordi di collaborazione. Questo modello di white listing si differenzia dall’impostazione del Cybersecurity Act 2, che tende invece verso una blacklist europea dei fornitori ad alto rischio. 

La vera sfida non è scegliere tra livello europeo e nazionale, ma costruire un sistema multilivello. La valutazione comune del rischio deve convivere con gli strumenti già adottati dagli Stati, rendendoli coerenti e interoperabili. Cancellare le esperienze nazionali produrrebbe incertezza e potrebbe indebolire capacità che hanno già dimostrato di funzionare. 

Un secondo nodo riguarda tempi e proporzionalità. Il phase out degli apparati non ha lo stesso impatto in tutti i Paesi e in tutte le reti. La disponibilità di fornitori alternativi, le competenze professionali necessarie alla sostituzione e la diversa struttura degli operatori possono determinare costi e tempi molto differenti. Una domanda europea concentrata in un periodo breve potrebbe inoltre far aumentare i prezzi delle componenti e creare nuove strozzature. 

Per Ducci, un termine di 36 mesi può non essere sufficiente. Le esperienze maturate in Paesi anglosassoni mostrano che operazioni analoghe sulle reti mobili hanno richiesto tempi almeno doppi. Una transizione troppo rapida rischierebbe non soltanto di pesare sui bilanci delle aziende, ma anche di produrre disservizi per cittadini e imprese. 

C’è poi un problema di certezza del diritto. Gli operatori hanno effettuato investimenti sulla base di autorizzazioni, prescrizioni e valutazioni adottate dalle autorità nazionali. Le future misure europee dovranno quindi fondarsi su criteri oggettivi, trasparenti e verificabili, evitando di rendere retroattivamente insostenibili scelte compiute nel rispetto delle regole. 

Il punto di equilibrio indicato dall’Acn è una transizione graduale, proporzionata e basata sul rischio. La sicurezza delle catene di approvvigionamento richiede un quadro europeo, ma quel quadro deve riconoscere le capacità nazionali, misurare la disponibilità delle alternative e preservare la continuità dei servizi. Solo così il de-risking può rafforzare la resilienza senza generare nuove vulnerabilità economiche e operative. 

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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