Cancro seno, ‘4 pazienti su 10 temono di perdere il lavoro’

(Adnkronos) – Dopo una diagnosi di tumore al seno, tornare al lavoro o riuscire a mantenerlo durante le cure può essere complesso: ci sono i tempi delle terapie, la fatica fisica ed emotiva, ma anche il timore di perdere il proprio ruolo professionale e la difficoltà a orientarsi tra le normative. Infatti in Italia il 42% delle donne teme di perdere il lavoro in caso di malattia grave. Questo tema resta spesso in secondo piano, nonostante riguardi l’autonomia economica, l’identità personale e la possibilità di guardare al futuro. Per portarlo all’attenzione delle istituzioni, oggi la Sala stampa della Camera dei deputati, a Roma, ospita l’incontro ‘Tumore e lavoro: vivere e lavorare dopo una diagnosi di tumore al seno’, su iniziativa degli onorevoli Silvio Giovine ed Enzo Amich e promosso da EuropaDonna Italia, in collaborazione con Bistoncini Partners.  

“Una diagnosi oncologica non dovrebbe tradursi anche nella perdita di opportunità professionali – dichiara Giovine, presidente dell’Intergruppo Fragilità e Lavoro e componente della XI Commissione della Camera – Il tema riguarda la capacità del sistema di accompagnare le donne in una fase delicata della loro vita, conciliando le esigenze di salute con il diritto al lavoro. Servono strumenti di tutela accessibili, informazioni chiare e una maggiore collaborazione tra istituzioni, servizi e imprese, affinché il rientro non dipenda esclusivamente dalle possibilità della singola lavoratrice di affrontare ostacoli organizzativi e burocratici. Portare questa questione all’attenzione parlamentare significa riconoscere che la fragilità legata alla malattia richiede risposte concrete, capaci di tutelare la persona senza cancellarne competenze e aspirazioni”. 

L’impegno di EuropaDonna Italia sul rapporto tra tumore al seno e lavoro – ricorda una nota – si sviluppa da anni attraverso attività di sensibilizzazione, informazione e orientamento. Nel 2023 l’associazione ha promosso con Euromedia Research un’indagine nazionale per approfondire l’impatto della malattia sulla vita professionale e la fiducia nelle tutele disponibili. I risultati mostrano quanto la questione sia sentita: il 54% dichiara di aver ricevuto poco o nessun sostegno dall’azienda e dai colleghi dopo la diagnosi; il 67% considera arretrato e insufficiente il sistema di tutela delle lavoratrici con malattie gravi. “Questi dati – afferma Alessandra Carra, vicepresidente di EuropaDonna Italia – ci dicono che non possiamo chiedere alle donne di affrontare anche la complessità del sistema proprio quando hanno bisogno di concentrare le energie sulla propria salute. Europa Donna Italia ha scelto di lavorare su questo fronte partendo dall’ascolto e dall’informazione, con strumenti dedicati ai diritti, iniziative di orientamento e progetti di reinserimento professionale. Oggi, con il progetto pilota Althea, vogliamo contribuire a un cambiamento ulteriore: costruire collegamenti più solidi tra ospedali, servizi per il lavoro, imprese e associazioni, perché le donne possano trovare risposte riconoscibili e adeguate alle proprie esigenze. Il lavoro, quando compatibile con la condizione di salute e sostenuto da un contesto rispettoso, può essere una risorsa per ritrovare autonomia e progettualità. La tutela deve riguardare anche questa parte della vita”.  

Accanto alla conoscenza delle tutele, è importante considerare i bisogni psicologici e le condizioni concrete in cui avviene la ripresa: il percorso di rientro non è uguale per tutte. “L’esperienza oncologica può rappresentare una frattura nella continuità della propria vita. In questo processo – sottolinea Claudia Borreani, psiconcologa della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano – il lavoro può assumere significati diversi: per alcune donne è una risorsa che sostiene l’autostima, il senso di efficacia e la progettualità; per altre può diventare un ostacolo, soprattutto quando le richieste professionali non sono compatibili con le condizioni di salute o manca un adeguato supporto. È importante quindi non considerare il rientro come un passaggio automatico, né attribuire alla donna tutta la responsabilità di renderlo possibile. Servono ascolto, rispetto della riservatezza, flessibilità organizzativa e attenzione alle relazioni sul luogo di lavoro, per individuare soluzioni coerenti con i bisogni e le possibilità di ciascuna”. È proprio dalla necessità di collegare i bisogni delle pazienti ai servizi disponibili sul territorio che si sviluppa Althea – Verso il lavoro di cura, progetto pilota realizzato da Afol Metropolitana, ente capofila, in collaborazione con EuropaDonna Italia, Comune di Milano, ABCittà Cooperativa Sociale, Umana Spa e Aidp – Associazione italiana per la direzione del personale, e finanziato nell’ambito del Piano Emergo 2024 di Città Metropolitana di Milano. 

“Nella prima fase di Althea – riferiscono Simone Cerlini, capo divisione Lavoro di Afol Metropolitana, e Luciana Nanotti, coordinatrice del progetto Althea di Afol Metropolitana – abbiamo chiesto a 219 donne in cura negli ospedali milanesi che cosa rappresentasse per loro il lavoro: per il 91,8% è un’occasione di ripartenza e di ritorno alla normalità. Pensarsi nel futuro è già parte della cura. Eppure il 72,6% giudica insufficienti le informazioni su norme e agevolazioni, e i servizi per il lavoro sono indicati come primo interlocutore utile al rientro (31,1%), prima degli ospedali. Il nodo è che sanità, servizi per il lavoro e imprese non dialogano, e a tenerli insieme finisce per essere la donna. Per questo stiamo costruendo un modello che li collega, realizzando incontri informativi per professionisti del lavoro e della sanità, e momenti di sensibilizzazione rivolti alle imprese su cultura organizzativa e adattamento delle mansioni alla persona. Il focus del progetto è l’imminente apertura di spazi di ascolto dedicati al lavoro nelle Breast Unit di importanti strutture ospedaliere milanesi, tra cui l’Istituto nazionale dei tumori, l’Istituto europeo di oncologia e la Fondazione Irccs Ca’ Granda ospedale Maggiore Policlinico di Milano”. 

L’incontro alla Camera di oggi rappresenta un’occasione per portare questa esperienza nel confronto nazionale. “Un passaggio essenziale, che emerge dal confronto di oggi, riguarda anche l’informazione – conclude Amich – La disponibilità di strumenti e tutele è fondamentale, ma altrettanto importante è che le donne sappiano che cosa è previsto e come accedervi. La collaborazione delle istituzioni con le associazioni di pazienti e con i professionisti che le accompagnano può contribuire a far arrivare informazioni corrette e comprensibili, evitando che diritti e opportunità restino difficili da conoscere o utilizzare. Con questo incontro vogliamo favorire un confronto capace di tradursi in iniziative e risposte più efficaci, che possano fare la differenza nel percorso professionale di una donna, in una fase già delicata della propria vita”.  

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