Uno basta e avanza: perché il secondo figlio è diventato un tabù?

Quando si parla della crisi demografica in Italia, lo sguardo della politica e dei media si posa quasi sempre su chi un figlio non l’ha ancora avuto. Esiste tuttavia una realtà sommersa e raramente raccontata: quella dei genitori che un bambino lo stringono già tra le braccia, ma scelgono di fermarsi e non allargare la famiglia. Per moltissime coppie, l’esperienza del primo figlio è diventata un viaggio talmente faticoso da trasformare l’idea di un secondo bambino in un vero e proprio tabù. A smontare i luoghi comuni sulla denatalità è la nuova indagine condotta da Me First in collaborazione con LabCom, la quale evidenzia come la decisione di non fare un secondo figlio vada ben oltre i soli aiuti economici o le misure di flessibilità oraria, chiamando in causa l’assenza di modelli genitoriali psicologicamente sostenibili, il burnout delle madri e uno sbilanciamento di genere ancora profondamente radicato.

Figli: tra desiderio e realtà

Il quadro psicologico tracciato dalla ricerca trova un riscontro nei numeri del Dossier 2026 “Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat. Il documento descrive un’Italia in cui il desiderio di genitorialità non è affatto scomparso, ma si scontra con un muro di ostacoli materiali e sociali che trasformano i progetti di vita in rinunce forzate. Nel 2024, le donne italiane in età fertile che dichiaravano l’intenzione di avere figli nei tre anni successivi avrebbero voluto generare ben 760.000 nati all’anno, per un totale di 2,3 milioni di bambini nel triennio. La realtà del 2025 ha però restituito appena 355.000 nascite, meno della metà di quanto desiderato.

Non si tratta di disinteresse o egoismo, ma di una resa di fronte alle circostanze: le rilevazioni Istat sulla fecondità mostrano infatti che, tra le donne che nel 2016 si dicevano certe di volere un figlio entro il triennio successivo, soltanto il 42,8% è riuscita a realizzare il proprio progetto entro il 2023.

Cosa cambia quando si diventa genitori

Il meccanismo del rinvio colpisce in modo particolare la decisione di passare dal primo al secondo figlio. Spesso la nascita del primogenito agisce da rivelatore delle fragilità del sistema e della coppia: le difficoltà economiche e lavorative vengono citate da 2,8 milioni di persone come il principale freno alla fecondità, e più della metà delle famiglie teme che la propria situazione finanziaria sia destinata a peggiorare nei tre anni successivi all’arrivo di un bambino.

A questo costo economico si somma un pesante costo professionale che ricade in larga misura sulle spalle delle donne. Il dossier evidenzia infatti che il 49,9% delle donne teme ripercussioni negative sulla propria carriera a causa della maternità, a fronte di appena il 24% degli uomini. La sproporzione diventa abissale nell’analisi dell’inattività per motivi familiari, dove si contano 151.000 uomini contro oltre tre milioni di donne, con un rapporto di uno a ventuno che testimonia quanto il carico di cura sia ancora quasi interamente scaricato sulle madri.

Il peso dei modelli “tradizionali”

È proprio in questa frattura che si inserisce l’indagine di Me First e LabCom, la quale esplora l’impatto dei modelli culturali del passato sulla vita quotidiana dei genitori contemporanei. Circa il 60% degli intervistati dichiara di risentire dell’eredità di schemi familiari tradizionali, in cui il lavoro del padre era l’unica priorità e la madre rinunciava alle proprie aspirazioni lavorative. Oggi questo retaggio genera una doppia trappola per la coppia: da un lato spinge il 61% delle madri a sviluppare una complessa capacità di incastro tra impegni lavorativi e domestici che si traduce in un estenuante sovraccarico emotivo e organizzativo; dall’altro confina i padri in un ruolo prevalentemente economico, alimentando nel 58% di loro la paura che un altro figlio eroda del tutto il tempo e la libertà personale.

Di fronte a queste dinamiche, il dibattito pubblico non può continuare a rincorrere risposte parziali. Come ha spiegato Cristina Di Loreto, psicologa, psicoterapeuta e founder di Me First: “Troppo spesso ci si illude che per invertire la rotta bastino solamente sostegni economici o flessibilità oraria, se non si lavora sul mindset o sulla psicologia della persona e della coppia oltre che sul superamento di un modello di maternità inteso come puro sacrificio, i numeri non cambieranno. La vera svolta avviene quando nella relazione c’è un cambiamento nell’allineamento dei ruoli e una reale parità di genere che renda la genitorialità un viaggio sostenibile per entrambi”.

La scelta di fermarsi al primo figlio diventa quindi una misura di autotutela psicologica ed emotiva per la coppia, spaventata dall’idea di ripetere gli stessi schemi e aggravare squilibri già difficili da sostenere. “Finché non smontiamo questa asimmetria nel vissuto profondo della coppia, la paura di ripetere gli stessi schemi continuerà a bloccare il desiderio di allargare la famiglia”, ha commentato Cristina Di Loreto. La questione scardina l’idea che la denatalità sia una semplice somma di decisioni individuali, mostrando invece un Paese in cui l’allungamento della vita media, arrivata a 83,4 anni, rischia di mettere in crisi la tenuta del welfare e della sanità pubblica se non si rimette in moto il ricambio generazionale.

Promuovere una genitorialità condivisa

Per riaprire la prospettiva del secondo figlio occorre un cambiamento strutturale che coinvolga la società, le aziende e la cultura della condivisione all’interno delle mura domestiche. “Il sostegno alla genitorialità – ha concluso Di Loreto – deve smettere di essere un tema ‘solo femminile’ o legato esclusivamente al rientro dalla maternità. La vera sfida, sociale e aziendale, è promuovere una paternità e una maternità pienamente condivise. Solo restituendo alla genitorialità il suo valore di scelta di coppia libera, paritaria e desiderata da entrambi si potrà davvero fare la differenza”.

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Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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