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Rischiano l’ergastolo perché omosessuali: “Viste baciarsi in pubblico”

Si sarebbero baciate in pubblico e per questo oggi rischiano l’ergastolo o, peggio, la pena di morte. Parliamo di Wendy Faith, musicista di 22 anni nota come Torrero Bae, e Alesi Diana Denise, 21enne, entrambe dell’Uganda, arrestate e detenute perché omosessuali.

Nei giorni scorsi, la polizia ha fatto irruzione nella loro stanza in affitto ad Arua City, nel nord-ovest del Paese. “La comunità ha ricevuto informazioni secondo cui le sospettate sono state avvistate mentre intrattenevano atti queer – ha spiegato Josephine Angucia, portavoce della polizia della regione del Nilo occidentale, al confine con la Repubblica Democratica del Congo -. Atti ritenuti di natura sessuale, oltre ad essere state presumibilmente viste baciarsi in pieno giorno in pubblico. Si sostiene, inoltre, che molte donne si riuniscano abitualmente per soggiornare presso la residenza delle sospettate – ha aggiunto -. È sulla base di queste informazioni che la polizia è intervenuta arrestandole con l’accusa di praticare l’omosessualità“.

Dal 2023, nel Paese, una legge prevede l’ergastolo per le relazioni gay e la pena di morte per “omosessualità aggravata”. Nell’aprile 2024, la Corte costituzionale dell’Uganda ha respinto una petizione per annullare il disegno di legge. Associazioni per i diritti umanitari di tutto il mondo alzano oggi un appello alle autorità del Paese.

Ma andiamo con ordine.

L’omosessualità in Uganda

L’Uganda, Paese dell’Africa orientale, possiede una delle leggi più restrittive al mondo in materia di orientamento sessuale. Da quando il presidente autocratico Yoweri Museven ha firmato la legge anti Lgbtqi+ nel 2023, sono numerose le persone detenute o che rischiano la morte perché accusate di omosessualità. Associazioni umanitarie denunciano da anni i gravi comportamenti repressivi messi in pratica dal governo.

Le due ragazze sono attualmente in custodia cautelare e non è chiaro se e quando verranno formalmente incriminate. Ad esprimersi in merito è Frank Mugisha, direttore esecutivo di Sexual Minorities Uganda (Smug), il quale ha dichiarato: “Stiamo seguendo da vicino questo caso e siamo profondamente allarmati dall’arresto delle due giovani donne. Questo incidente è ingiusto e profondamente preoccupante, e non è un caso isolato”.

“Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un forte e preoccupante aumento di incidenti simili in tutto il Paese, in cui le persone vengono segnalate, prese di mira, molestate e arrestate basandosi esclusivamente su accuse riguardanti la loro identità o le loro relazioni”.

La condanna internazionale

Attivisti e associazioni umanitarie di tutto il mondo hanno condannato la crescente ondata di ricatti ed estorsioni legate ad accuse e arresti nel Paese, che sta mettendo in serio pericolo la vita di molti membri della comunità Lgbtqi+, alimentando paura e insicurezza. “Le conseguenze per queste ragazze sono gravi – ha aggiunto Mugisha, come riporta il Guardian -. Sono già state giudicate e condannate dalla società, e casi come questo inviano un messaggio agghiacciante alle persone Lgbtqi+ in tutto il Paese: la loro sicurezza e dignità sono a rischio“.

L’Human Rights Awareness and Promotion Forum ha affermato di aver gestito 956 casi riguardanti persone Lgbtqi+ da quanto è entrata in vigore la legge nel 2023, ma sarebbero più di 1.200 le persone interessate dalla norma. E nel rapporto di maggio 2025 intitolato “Uganda: la legge anti-Lgbt ha scatenato abusi” di Human Rights Watch, si accusa l’autorità del Paese di aver perpetrato discriminazioni e violenze diffuse contro le persone della comunità nei due anni trascorsi dall’entrata in vigore della legge.

“La comunità queer in Uganda, in questo momento, non è solo spaventata, ma è in lutto – ha affermato l’attivista ugandese per i diritti gay Hans Senfuma -. Siamo in lutto per la libertà che non abbiamo mai avuto pienamente. Siamo in lutto per due giovani donne che non hanno fatto nulla di male. Siamo in lutto per l’Uganda che vorremmo esistesse ma che ancora non esiste. L’arresto di Wendy e Diana non è un caso isolato. È un messaggio forte, deliberato e brutale, inviato a ogni persona queer in Uganda: vi teniamo d’occhio e verremo a prendervi anche noi. Ci sono migliaia di ugandesi Lgbtqi+ che stanno cancellando silenziosamente i messaggi dai loro telefoni, abbandonando le case condivise, allontanandosi dalle persone che amano, provando a capire come apparire eterosessuali, come ridere in modo diverso, come sopravvivere”.

Poi l’appello alla comunità internazionale: “Non distogliete lo sguardo. Non rilasciate dichiarazioni e andate avanti. Le leve di finanziamento esistono. La pressione diplomatica esiste. Usatela. Due ragazze rischiano l’ergastolo. Se questo non vi spinge ad agire, non so davvero cosa lo farà”.

In quali Paesi l’omosessualità è ancora un reato?

Secondo Erasing 76 Crimes, sito di notizie che monitora le leggi anti-Lgbtqi+ e gli sforzi per abrogarle, sarebbero circa 65 i Paesi in cui l’omosessualità è un reato. In 12 di questi e, cioè Iran, Nigeria settentrionale, Arabia Saudita, Somalia, Yemen, Afghanistan, Brunei, Mauritania, Pakistan, Qatar, Emirati Arabi Uniti e, appunto, Uganda, è possibile essere condannati a morte per attività sessuali private e consensuali tra persone dello stesso sesso. L’ultimo è il Burkina Faso che a settembre 2025 si è aggiunto a quello che il Washington Post ha definito un “blocco quasi unanime di intolleranza” in tutto il continente africano. Nel Medio Oriente, in cui la popolazione è a stragrande maggioranza islamica, è più facile individuare i Paesi che non hanno leggi antigay rispetto a quelli che le hanno e sono: Bahrein, Israele e Giordania.

Guardando “in casa”, la maggior parte dei Paesi europei non ha leggi che impediscano le attività omosessuali. Solo l’Ungheria, nel 2021, ha approvato una legge sulla protezione dell’infanzia che vieta la rappresentazione o promozione dell’omosessualità tra i minori di 18 anni. Il Paese, con presidente Viktor Orbán, non riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso e ha vietato alle coppie omosessuali di adottare bambini o cambiare legalmente il proprio genere. Nonostante il parere non vincolante di una giurista della Corte di giustizia europea, Tamara Ćapeta, abbia concluso a giugno 2025 che l’Ungheria stesse violando i diritti fondamentali della dignità umana, del rispetto della vita familiare e della non discriminazione, il governo è rimasto fermo sulle proprie posizioni portando avanti un emendamento costituzionale sul divieto degli eventi Pride.

Mondo

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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