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Quanti amici servono davvero nella vita? La risposta cambia con l’età

A 15 anni si può chiamare “migliore amico” quasi un’intera comitiva. A 40 diventa già complicato trovare una sera libera per vedere le persone alle quali si vuole bene. Dopo i 70, una cerchia di quattro amici stretti può essere sufficiente per ottenere gran parte dei benefici associati alle relazioni sociali.

Non esiste un numero universale, ma le ricerche mostrano una traiettoria piuttosto chiara. Le amicizie aumentano tra l’infanzia e la prima età adulta, raggiungono il momento di massima espansione intorno ai 25 anni e poi si restringono. A diminuire sono soprattutto conoscenze, frequentazioni occasionali e rapporti legati a una fase della vita. Le relazioni più vicine resistono molto più a lungo.

Il numero, inoltre, non ha lo stesso significato a ogni età. Tra i giovani una rete ampia è più strettamente legata alla soddisfazione per la vita. Nella mezza età il tempo viene concentrato su meno persone. Con l’invecchiamento contano soprattutto la continuità e la possibilità di chiedere aiuto.

La Giornata internazionale dell’amicizia, celebrata il 30 luglio, offre l’occasione per mettere in fila questi dati. Il risultato è una sorta di anagrafe dei rapporti sociali: da bambini si collezionano amici, da adulti si selezionano, più avanti si scopre quali sono rimasti davvero.

A 15 anni quasi cinque migliori amici, a 25 il picco dei contatti

Bambini e adolescenti indicano in media 4,8 migliori amici. Il numero sale a poco più di sei quando la domanda comprende tutte le persone considerate amiche, non soltanto quelle più vicine.

La stima arriva da una metanalisi pubblicata sulla rivista scientifica Social Networks, che ha riunito i risultati di 51 studi sulle reti giovanili. I ragazzi tra i 10 e i 14 anni nominano più migliori amici rispetto agli adolescenti tra i 15 e i 18. Con la crescita, quindi, la cerchia comincia già a selezionarsi.

Durante la prima adolescenza il gruppo ha una funzione centrale. È il luogo nel quale si trascorre il tempo, si sperimentano gusti e identità, si misura la propria popolarità e si cerca una posizione tra i coetanei. Qualche anno dopo diventano più importanti la confidenza e la reciprocità. Non serve più che tutti siano “migliori amici”.

I dati italiani mostrano quanto sia intensa questa fase. Il 72,6% degli 11-19enni incontra gli amici almeno una volta alla settimana e circa uno su cinque li vede ogni giorno. Quasi la metà si sente con loro online o al telefono più volte nella stessa giornata, mentre l’8,4% è connesso quasi continuamente. L’indagine Istat ha coinvolto circa 100 mila giovani.

Avere molti contatti non significa però avere molte persone con cui parlare apertamente. L’86,3% degli adolescenti italiani dichiara di avere almeno un amico al quale confidarsi e poco più della metà ne indica più di uno.

Le ragazze hanno più spesso rapporti confidenziali: oltre il 90% può contare su almeno una persona fidata, contro l’82,1% dei maschi. I ragazzi trascorrono invece più tempo con la comitiva: il 26,2% vede gli amici ogni giorno, rispetto al 16,4% delle ragazze.

Conclusa la scuola, la rete continua ad allargarsi. Università, primi lavori, sport, locali e trasferimenti moltiplicano le occasioni di conoscere persone. Il punto più alto arriva intorno ai 25 anni.

Uno studio basato sulle comunicazioni telefoniche di milioni di utenti europei ha rilevato che a quell’età si registra il picco nella frequenza dei contatti. Non si tratta soltanto di amici: nelle chiamate entrano anche partner e familiari. La curva fotografa, comunque, il periodo nel quale il numero di relazioni mantenute con regolarità raggiunge il massimo.

È anche un’età di forte ricambio. Le persone incontrate all’università o sul lavoro prendono il posto di una parte dei compagni di scuola. Alcune amicizie durano, altre scompaiono appena cambia la città, termina un corso o scade un contratto.

La rete è ampia, ma instabile. Uno studio recente sui giovani adulti descrive proprio questa apparente contraddizione: si può avere una vita sociale intensa e, nello stesso tempo, avvertire la mancanza di rapporti stabili. Tra i 20 e i 30 anni cambiano rapidamente casa, lavoro, partner e abitudini; non tutti i legami riescono a seguire ogni passaggio.

Le amicizie da adolescenti aiutano le relazioni da adulti

A 35 anni le telefonate si allungano, a 40 la cerchia si restringe

Dopo i 25 anni il numero dei contatti comincia a diminuire. Non perché le persone smettano improvvisamente di avere amici, ma perché cambiano le giornate.

Il lavoro occupa più ore, le coppie diventano spesso conviventi, arrivano i figli e aumentano le responsabilità familiari. L’amicizia perde una parte della spontaneità: per vedersi servono un calendario, una chat e qualche tentativo fallito.

Lo stesso studio sulle comunicazioni telefoniche individua però un dato curioso. Se la frequenza delle chiamate raggiunge il massimo intorno ai 25 anni, la durata media delle conversazioni con l’amico più stretto arriva al picco verso i 35 anni. Si sentono meno persone, ma con alcune si parla più a lungo.

È la prima grande selezione della vita adulta. Si riducono i rapporti mantenuti per abitudine o per vicinanza, mentre aumenta il peso degli amici capaci di attraversare trasferimenti, matrimoni, separazioni e cambi di lavoro.

Tra i 30 e i 45 anni cambia anche la geografia delle telefonate. Quando il partner vive nella stessa casa, diminuisce la necessità di chiamarlo. Una parte del tempo al telefono si sposta verso l’amico o l’amica più vicina, mentre restano frequenti i contatti con i genitori, spesso coinvolti nell’aiuto alla famiglia e nella cura dei nipoti.

La quantità continua a contare, ma meno che da giovani. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology ha analizzato 29.785 persone tra i 16 e i 101 anni. In tutte le fasce d’età, un maggior numero di amici stretti era associato a una soddisfazione più elevata per la propria vita. Il rapporto era però molto più forte tra i giovani, si riduceva nella mezza età e diventava ancora più debole tra gli anziani.

In termini semplici, un amico in più sembra fare una differenza maggiore a 20 anni che a 60. Con il passare del tempo, il vantaggio si concentra nei primi rapporti stretti e diminuisce man mano che la cerchia si amplia.

Un’altra ricerca condotta su persone di età diverse ha trovato che la rete sociale complessiva si restringe durante l’invecchiamento, mentre il numero degli amici più vicini rimane relativamente stabile. A sparire sono soprattutto conoscenze, colleghi non più frequentati e rapporti periferici. Gli amici stretti costituiscono la parte più resistente della rete.

La contrazione non è quindi soltanto una perdita. In parte è una scelta. Le persone eliminano relazioni poco gratificanti e investono più tempo in quelle che producono vicinanza, fiducia o piacere.

Uno studio longitudinale ha collegato proprio questa selezione a esperienze emotive quotidiane migliori. Una rete più piccola, quando deriva dalla concentrazione sui rapporti importanti, può essere più soddisfacente di una cerchia ampia ma dispersiva.

Dopo i 65 anni la soglia dei quattro amici

Quattro amici stretti. È il numero individuato da una ricerca britannica su persone di almeno 65 anni come punto oltre il quale i benefici aggiuntivi sul senso di solitudine diventavano molto più contenuti.

Lo studio ha trovato soglie diverse anche per altri indicatori psicologici: due amici per stress e sintomi depressivi, tre per l’ansia. I partecipanti dichiaravano, in media, proprio quattro rapporti stretti.

Il risultato non stabilisce una prescrizione valida per tutti. Mostra però che il salto più rilevante avviene tra l’assenza di amici e la presenza di una piccola cerchia affidabile. Il quinto, il sesto o il decimo rapporto possono arricchire la vita, ma producono un vantaggio progressivamente inferiore rispetto ai primi.

Nell’età anziana gli amici assumono anche funzioni più concrete. Possono accompagnare a una visita, aiutare negli spostamenti, controllare un problema di salute o mantenere un contatto dopo il pensionamento e la perdita dei rapporti quotidiani con i colleghi.

La vicinanza geografica diventa sempre più importante. Uno studio su 5.585 persone tra i 55 e i 90 anni ha osservato che, con l’avanzare dell’età, i vicini acquistano spazio all’interno della rete non familiare. La possibilità di incontrarsi facilmente e di offrire un aiuto immediato può contare più di un’amicizia intensa ma distante centinaia di chilometri.

In Italia il 23,3% delle persone che prestano gratuitamente un aiuto a qualcuno con cui non vivono lo destina principalmente a un amico. La quota raggiunge il 31,4% tra i 18 e i 34 anni e scende al 17,3% dopo i 54. L’Istat spiega che le reti amicali, essendo composte soprattutto da coetanei, tendono ad assottigliarsi con l’avanzare dell’età.

Mentre diminuisce il numero degli amici disponibili, aumenta però il valore pratico dei rapporti rimasti. Nella popolazione anziana, la frequenza dei contatti e la presenza di relazioni strette sono collegate a una maggiore soddisfazione per la vita e a una migliore qualità della quotidianità.

La curva dell’amicizia segue quindi un percorso riconoscibile. Da ragazzi si costruisce un gruppo relativamente ampio. Intorno ai 25 anni si raggiunge il massimo dei contatti. Verso i 35 le conversazioni con gli amici più vicini si fanno più lunghe. Nella mezza età la rete perde i rapporti periferici. Dopo i 65, una piccola cerchia può contenere gran parte di ciò che serve: compagnia, confidenza e aiuto pratico.

Non c’è un numero da raggiungere entro il prossimo compleanno. C’è però una domanda più utile da farsi a qualsiasi età: quanti dei rapporti accumulati nel tempo sono ancora abbastanza vivi da superare un cambio di scuola, una nuova città, un figlio, un pensionamento o una malattia? È quella la differenza tra avere molti amici e avere una rete che funziona.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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