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Pma, aumentano i nati ma l’età delle donne resta il nodo centrale

“I dati della Relazione al Parlamento 2025 confermano che la Procreazione medicalmente assistita è ormai una componente strutturale del sistema sanitario italiano”. Ad affermarlo è il professor Filippo Maria Ubaldi, direttore medico di Ivirma Italia e professore ordinario straordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università della Calabria. “Nel 2023 sono nati oltre 17.000 bambini grazie alla Pma, un dato che testimonia un bisogno reale, stabile e in crescita”.

L’età media “resta il nodo centrale dell’accesso alle cure”

Il dato più rilevante riguarda il profilo delle pazienti e, in particolare, il momento di accesso alle cure. Dal rapporto, infatti, è emerso che l’età delle donne italiane che accedono alla Pma resta la più alta d’Europa: la media per le tecniche a fresco è di 36,7 anni, contro una media europea di 35,1 anni. Per la fecondazione eterologa con donazione di ovociti, l’età media sale drasticamente a 41,8 anni, confermando che il ricorso a donatori esterni è spesso l’unica risposta a un’infertilità fisiologica legata al tempo che passa.

“L’età media delle donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro con gameti della coppia – ha spiegato il professor Ubaldi – è pari a 36,7 anni, superiore alla media europea. Questo spiega il crescente ricorso alla donazione di ovociti, che nella maggior parte dei casi non è legato a patologie specifiche, ma a una infertilità fisiologica legata all’età materna avanzata”.

Accanto alla dimensione demografica, la Relazione evidenzia anche un’evoluzione positiva sul piano clinico. “La riduzione del numero di embrioni trasferiti e il conseguente calo delle gravidanze gemellari e trigemine indicano un cambio di paradigma verso trattamenti più sicuri e appropriati”, ha sottolineato Ubaldi. “Oggi l’efficacia della Pma va letta sull’intero percorso di cura, considerando i risultati cumulativi e non il singolo ciclo”.

Il ruolo del servizio sanitario nazionale

“Resta infine centrale il tema dell’organizzazione dell’assistenza. Il fatto che oltre il 60% dei cicli di II e III livello sia erogato dal Servizio Sanitario Nazionale è un segnale importante”, ha aggiunto il prof. Ubaldi. “Allo stesso tempo – e conclude -, i dati mostrano come molte pazienti accedano alle cure in una fase già avanzata del percorso riproduttivo, rendendo il fattore tempo sempre più critico. In questo contesto, è fondamentale favorire modelli assistenziali capaci di garantire continuità e tempestività di presa in carico lungo tutto il percorso di cura, valorizzando in modo complementare il contributo dei diversi attori del sistema, nel rispetto della qualità clinica e dei bisogni delle persone”.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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