Immaginate di essere l’unico porto sicuro in un mare di silenzio, l’unico contatto nell’agenda sociale del vostro partner e la persona che, di fatto, gestisce ogni sua interazione umana al di fuori delle mura domestiche. Per molte donne, questa non è un’ipotesi, ma una realtà quotidiana che oggi ha un nome preciso: mankeeping. Coniato dalla dottoressa Angelica Ferrara, ricercatrice presso il Clayman Institute for Gender Research dell’Università di Stanford, il termine ha sollevato un velo su una forma di lavoro emotivo finora invisibile, ma profondamente radicata nella nostra società: la cura emotiva del partner.
Che cos’è il mankeeping?
Il mankeeping viene definito come l’insieme di sforzi che le donne compiono per compensare le carenze nelle reti sociali degli uomini, riducendo così l’impatto dell’isolamento maschile sulle famiglie e sulle relazioni. Si tratta di un’estensione del concetto sociologico di kinkeeping (l’attività di mantenere i legami familiari), ma con una differenza sostanziale: il mankeeping si concentra specificamente sul sostenere e “tenere a galla” la vita sociale e l’equilibrio emotivo degli uomini.
Secondo le ricerche della dottoressa Ferrara e del collega Dylan Vergara, questo lavoro si manifesta in tre modi principali:
- Supporto emotivo sbilanciato: le donne diventano spesso l’unica confidente per i loro partner o familiari maschi, ascoltando problemi che altrove non troverebbero sfogo.
- Lavoro di facilitazione: le donne organizzano calendari sociali, suggeriscono ai partner di ricontattare vecchi amici o pianificano uscite di gruppo per aiutarli a socializzare.
- Carico interpretativo: quello che la filosofa Ellie Anderson definisce “lavoro ermeneutico”, ovvero lo sforzo costante di interpretare e dare voce ai sentimenti del partner che non ha sviluppato le competenze per farlo autonomamente.
La “recessione dell’amicizia maschile”
Il fenomeno del mankeeping non nasce dal nulla, ma è la risposta a quella che i ricercatori chiamano la “recessione dell’amicizia maschile”. I dati raccolti negli ultimi trent’anni mostrano un declino drastico della qualità e della quantità delle reti sociali degli uomini nel Nord del mondo.
In un sondaggio del 2021, il 15% degli uomini americani ha dichiarato di non avere amici stretti, un dato quintuplicato rispetto al 3% registrato nel 1990. Inoltre, mentre nel 1990 quasi la metà dei giovani uomini si rivolgeva agli amici per affrontare problemi personali, oggi solo il 20% circa lo fa, preferendo fare affidamento esclusivamente sulla partner. Molti uomini soffrono di una “privazione sociale” che li porta a dipendere quasi totalmente dalle donne per il loro benessere psicofisico.
Perché ricade sulle donne?
Le radici di questo squilibrio sono culturali. Norme sociali non scritte spesso scoraggiano l’intimità tra uomini, promuovendo la “durezza” emotiva, nota anche come “mascolinità tossica”. Come evidenziato dalla dottoressa Ferrara al New York Times, mentre per le donne coltivare legami profondi è una formula sociale lodata, per gli uomini condividere vulnerabilità con altri uomini può essere fonte di imbarazzo.
In questo scenario, la donna diventa un “confidente sicuro” perché il legame con lei non mette a rischio lo status maschile. Tuttavia, questa delega della vita emotiva si trasforma in un vero e proprio lavoro non retribuito e spesso non ricambiato.
Il costo del mankeeping: stress e tempo sottratto
Spesso confuso come atto d’amore, il mankeeping ha un prezzo elevato per chi lo esercita. Le ricerche degli studiosi di Stanford indicano che quando il lavoro emotivo non è reciproco, le donne sperimentano un calo del benessere psicologico e della soddisfazione relazionale. Le conseguenze includono il burnout emotivo, perché agire come “terapeuta non ufficiale” del partner è faticoso e limita lo spazio per le proprie necessità. Inoltre, la dottoressa Ferrara cita studi secondo cui le donne impegnate a mantenere le amicizie dei propri partner finiscono spesso per sacrificare le proprie relazioni sociali e i momenti di svago. Infine, matrimoni in cui il carico emotivo è sbilanciato hanno maggiori probabilità di finire in divorzio.
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Una questione di parità
Il termine, negli ultimi anni, ha assunto la forma della viralità social. Spesso banalizzato o usato per indicare l’incapacità dell’uomo di aprirsi emotivamente, la dottoressa Ferrara ha posto l’accento su un lato ancora più subdolo del fenomeno: diventa una componente strutturale della disuguaglianza di genere. È una forma di lavoro di cura invisibile che sostiene il maschilismo, permettendo agli uomini di mantenere il loro status sociale senza dover investire nelle competenze emotive necessarie per il proprio benessere.
Per invertire la rotta, gli esperti suggeriscono che il cambiamento non debba ricadere sulle donne. Ma è necessario incentivare gli uomini a investire in amicizie autonome e spazi di condivisione maschile.
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