Fino ad allora erano state mogli, madri, lavoratrici. Ma il 2 giugno 1946 diventarono semplicemente donne. Non indossarono il rossetto: la tessera elettorale, stretta tra le mani, andava leccata, la busta chiusa con la saliva. E non volevano macchiarla. Mani che tremavano. Una croce per scegliere tra Repubblica e Monarchia. La tessera da piegare. La busta da sigillare. Un gesto minimo, ma decisivo: per la prima volta votavano anche loro.
L’ingresso delle donne nella vita democratica era iniziato qualche mese prima, quasi in sordina. Il 10 marzo 1946, alle prime elezioni amministrative del dopoguerra, grazie al decreto legislativo n. 74 voluto da Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, le donne con almeno 25 anni poterono non solo votare, ma anche essere elette. L’affluenza fu sorprendente: circa nove su dieci si presentarono alle urne. In quella tornata, e nelle successive di ottobre, vennero elette le prime sindache e numerose consigliere comunali, in un cambiamento sostenuto e benedetto anche da Papa Pio XII.
Ma il 2 giugno del ’46, ventuno di loro andarono oltre. Varcarono le porte di Montecitorio. Divennero le “Madri costituenti”. Donne concrete, stanche, determinate. Scarpe consumate dalla guerra. Vite che cercavano aria. Nessun privilegio. Eppure, sedettero tra i 556 dell’Assemblea Costituente e scrissero ciò che mancava all’Italia: l’uguaglianza.
Alla vigilia della Festa della Repubblica vale la pena ricordarle così: presenti, ostinate, decisive. Perché nel 1946 non si scelse solo tra Monarchia e Repubblica. Si scelse di far entrare nella Storia le donne.
Donne straordinarie, “mamme” dei diritti e della parità di genere
Ventuno vite intrecciate: il ritratto corale delle Madri
Queste ventuno pioniere non erano un gruppo omogeneo, ma un mosaico di storie che rifletteva le sofferenze e le speranze del Paese. Tra i banchi della delegazione comunista sedevano figure come Adele Bei, che portava addosso i segni di otto anni di carcere fascista e due di confino a Ventotene, e la giovanissima Teresa Mattei, radiata dal liceo per aver sfidato le leggi razziali, che a soli venticinque anni sarebbe diventata la più giovane del gruppo e avrebbe scelto la mimosa come simbolo della forza femminile. Accanto a loro c’erano l’instancabile Nadia Gallico Spano, cresciuta nella Resistenza tunisina, la futura prima Presidente della Camera Nilde Iotti, che aveva coordinato i Gruppi di difesa della donna, l’impegnata insegnante Angiola Minella e l’esperta organizzatrice Rita Montagnana, tra le fondatrici dell’Unione donne in Italia. Completavano questo schieramento Teresa Noce, sopravvissuta all’orrore dei campi di sterminio nazisti, Elettra Pollastrini, che aveva conosciuto la durezza dei lavori forzati in Germania, e Maria Maddalena Rossi, una chimica pronta a battersi per scardinare i pregiudizi che impedivano alle donne di entrare in magistratura.
Il mondo cattolico rispose con donne altrettanto determinate, come Laura Bianchini, che aveva gestito tipografie clandestine durante l’occupazione, ed Elisabetta Conci, una delle figure più attive sul tema delle autonomie regionali, tanto da guadagnarsi il soprannome di “pasionaria bianca”. Insieme a loro sedeva Filomena Delli Castelli, che durante la guerra si era spesa come crocerossina per assistere i profughi, e la pedagogista Maria De Unterrichter Jervolino, che avrebbe dedicato la sua vita alla diffusione del metodo Montessori. La delegazione democristiana contava anche su Maria Federici, instancabile nel prestare soccorso agli sfollati e ai reduci, sulla coraggiosa Angela Gotelli, capace di negoziare scambi di prigionieri con i tedeschi, e su Angela Maria Guidi Cingolani, destinata a diventare la prima donna a ricoprire un incarico di governo nella storia della Repubblica. A questo gruppo si unirono Maria Nicotra, medaglia d’oro al valore per il suo servizio durante i bombardamenti, e Vittoria Titomanlio, voce autorevole del sindacalismo cattolico e delle Associazioni cristiane lavoratori italiani. Il fronte socialista portò la passione intellettuale di Bianca Bianchi, attiva nella ricostruzione sociale dei territori toscani, e la fermezza di Lina Merlin, che avrebbe legato il suo nome alla storica battaglia contro lo sfruttamento della prostituzione. Infine, seduta tra i banchi dell’Uomo Qualunque, l’aristocratica siciliana Ottavia Penna Buscemi si distinse come la prima donna a essere ufficialmente candidata alla carica di Capo dello Stato.
Una rivoluzione silenziosa tra gli articoli della Carta
Erano una goccia in un mare di uomini, ma il loro contributo fu incisivo e trasversale. Cinque di loro – Maria Federici, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce e, in seguito, Angela Gotelli – entrarono a far parte della prestigiosa “Commissione dei 75”, l’organo incaricato di redigere materialmente il progetto della Costituzione. In quelle aule, le Madri Costituenti compirono un atto rivoluzionario: portarono la sfera del “privato” sotto la luce del diritto pubblico. Temi come la maternità, il lavoro femminile e la tutela della famiglia smisero di essere questioni marginali per diventare pilastri dello Stato.
Grazie alla loro tenacia, oggi leggiamo l’Articolo 3, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, e l’Articolo 37, per il quale Teresa Noce lottò duramente affinché venisse riconosciuta la parità salariale a parità di lavoro. Furono loro a scrivere gli Articoli 29, 30 e 31, che ridefinirono la famiglia come una società naturale basata sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, garantendo protezione ai figli nati fuori dal matrimonio, all’epoca ancora bollati con l’infamante etichetta di “illegittimi”. Rivendicarono con l’Articolo 51 il diritto delle donne di accedere agli uffici pubblici e alla magistratura, sfidando la mentalità del tempo che metteva in dubbio le attitudini femminili per certi ruoli.
L’eredità delle Madri: un cammino ancora aperto
Ricordare queste ventuno donne in occasione della Festa della Repubblica il 2 giugno non è un semplice esercizio di memoria, ma un riconoscimento necessario: la democrazia italiana ha avuto delle madri, non solo dei padri. Quello fu l’inizio di una lunga marcia nelle istituzioni. Nella prima legislatura del 1948, le donne elette furono solo 49, appena il 5% del Parlamento. Per decenni la crescita fu lentissima, superando la soglia delle 150 presenze solo dopo il 1976. Un salto storico è avvenuto nel 2018, quando si è raggiunto il record del 35% di rappresentanza femminile, un dato in discesa nelle ultime elezioni del 2022 con 198 donne elette (il 33,6% del totale).
Oggi, anche se la parità effettiva resta un cantiere ancora aperto, la strada tracciata dalle ventuno del ’46 rimane un esempio di altissima politica. Esse dimostrarono che, pur partendo da ideologie opposte, era possibile trovare punti d’incontro per il bene comune. Il 2 giugno celebra dunque la nascita di una nazione dove ogni cittadina ha il diritto e il dovere di contribuire alla vita pubblica, onorando il coraggio di quelle donne che, in un’Italia ferita, ebbero la forza di immaginare e scrivere un futuro di dignità per tutti: donne stesse incluse.
Foto creata con ChatGpt.
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