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Latte artificiale, un salasso per le famiglie (soprattutto quelle italiane)

La prima spesa che molte famiglie affrontano dopo la nascita di un figlio non riguarda servizi educativi o scelte di lungo periodo. È immediata, ricorrente e difficilmente rinviabile: il latte artificiale.

Non è un costo che si può spostare di qualche mese. Per molte famiglie è un acquisto da fare subito e poi da ripetere, con una regolarità che lo rende una voce stabile del bilancio domestico. In Italia questa rigidità incontra prezzi alti e una platea ampia, che interessa una quota consistente di neonati già nei primi mesi. Il risultato è una spesa che si concentra nella fase più fragile per definizione, quando il reddito resta quello di prima e l’elenco delle uscite comincia a crescere.

Prezzi e consumi del latte artificiale

In Italia il latte artificiale per lattanti viene commercializzato soprattutto in confezioni da 600 o 800 grammi. Nei canali farmaceutici e specializzati il prezzo al dettaglio si colloca con frequenza sopra i 20 euro a confezione; rapportato al peso, il costo al chilogrammo supera spesso i 30 euro, con valori più elevati per formule destinate a esigenze specifiche. La quantità mediamente consumata nei primi sei mesi di vita, secondo indicazioni pediatriche comunemente adottate, oscilla nell’ordine di 120-150 grammi di polvere al giorno: un fabbisogno mensile che può collocarsi tra 3,5 e 4,5 chilogrammi. Ne deriva una spesa mensile che, in caso di utilizzo esclusivo, si muove facilmente tra 100 e 150 euro, con punte superiori per prodotti speciali o canali più costosi. Sul primo semestre, la somma può avvicinarsi o superare i mille euro in funzione di consumi, marca e tipologia.

Il punto economico non è solo l’importo, ma la sua natura. È una spesa ravvicinata, poco comprimibile, con margini limitati di sostituzione: una volta avviata una formula, la continuità viene spesso privilegiata. In nuclei con redditi medi o medio-bassi, l’incidenza percentuale può diventare sensibile se letta insieme ad altre voci tipiche dei primi mesi (pannolini, visite, trasporti, adattamenti logistici). Le statistiche ufficiali non isolano il latte artificiale come singola voce: nei conti dei consumi delle famiglie, Istat colloca questi prodotti nelle categorie più ampie degli alimenti per l’infanzia. È un limite per la misurazione puntuale, ma non elimina l’evidenza di una dinamica: le spese legate alla prima infanzia si addensano all’inizio, quando la capacità di assorbimento del bilancio familiare è già sotto pressione.

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Su questa base entra un secondo dato: la platea. La formula è richiesta perché l’allattamento esclusivo al seno, pur indicato come riferimento preferibile da organismi sanitari, non mantiene una copertura maggioritaria lungo i mesi. L’Indagine 2022 dell’Istituto Superiore di Sanità riporta che l’allattamento esclusivo riguarda il 46,7% dei bambini a 2-3 mesi, e si riduce sensibilmente nella fascia 4-5 mesi, con forte variabilità territoriale. In termini di spesa, significa che per una parte ampia delle famiglie il latte artificiale entra presto, in forma esclusiva o complementare, e resta per mesi una voce regolare.

Formule per età e regole europee: come si struttura l’offerta

Il latte artificiale non è un prodotto unico. L’offerta è segmentata per età e per indicazioni d’uso, con denominazioni e requisiti definiti dalla disciplina europea. Le “formule per lattanti” (il cosiddetto latte 1) sono destinate ai primi mesi e coprono il periodo in cui, quando il latte materno non è disponibile o sufficiente, serve un sostituto nutrizionalmente completo. Le “formule di proseguimento” (latte 2) entrano in gioco tipicamente nella fase successiva, spesso in coincidenza con l’avvio dell’alimentazione complementare. A valle, il mercato propone le formule di crescita (frequentemente chiamate latte 3), rivolte alla prima infanzia. Accanto a queste linee per età, esistono formulazioni specifiche: antireflusso, senza lattosio, con proteine parzialmente idrolizzate, ipoallergeniche, o comunque destinate a condizioni particolari e a indicazioni pediatriche.

La cornice regolatoria è un punto fermo: composizione, requisiti nutrizionali e informazione al consumatore per formule per lattanti e di proseguimento sono disciplinati dal Regolamento delegato (Ue) 2016/127 e atti collegati, richiamati anche dal Ministero della Salute. Questa architettura spiega due aspetti: il primo è la comparabilità di base dei prodotti sul piano degli standard; il secondo è che il costo industriale non è quello di un alimento generico. La filiera incorpora requisiti di qualità, controlli, tracciabilità e vincoli informativi che, per definizione, alzano la soglia di ingresso e i costi fissi.

La segmentazione commerciale produce un effetto pratico sui prezzi medi pagati. Ogni segmento ha un proprio posizionamento e un proprio perimetro competitivo: cambia la domanda, cambia l’offerta, cambiano i listini. Il passaggio da una formula all’altra avviene spesso seguendo l’età o indicazioni specialistiche; una volta che una famiglia entra in un percorso, tende a ridurre gli esperimenti e a privilegiare la continuità. Ne deriva una minore pressione sul prezzo proprio nei momenti in cui il consumo resta costante. Le formule speciali accentuano la rigidità: quando l’acquisto risponde a una necessità clinica o a un sospetto di intolleranza, lo spazio per il confronto si restringe ulteriormente e il prezzo medio cresce.

Perché in Italia costa di più

Il confronto dei prezzi tra Paesi presenta un limite strutturale: non esistono rilevazioni armonizzate a livello europeo che isolino il prezzo al dettaglio del latte artificiale come singolo bene. Le statistiche Eurostat consentono confronti per categorie affini, non per la singola confezione; le analisi dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato offrono chiavi di lettura sui mercati concentrati; la letteratura Ocse inquadra il tema nel perimetro dei costi iniziali della genitorialità. Entro questo perimetro, tuttavia, il differenziale di prezzo osservato in Italia rispetto ad altri mercati europei può essere ricondotto a un insieme coerente di fattori strutturali.

Il primo riguarda la configurazione dell’offerta. Il mercato del latte artificiale è caratterizzato da un numero limitato di operatori, da barriere all’ingresso elevate e da costi fissi rilevanti, legati sia alla produzione sia al rispetto di requisiti regolatori stringenti. Il secondo fattore è la domanda: il consumo è rigido, non rinviabile e poco sostituibile, soprattutto una volta avviata una specifica formula. Il terzo elemento riguarda i canali di vendita: in Italia farmacia e parafarmacia mantengono un peso maggiore rispetto ad altri Paesi, con margini mediamente più alti rispetto alla grande distribuzione e ai discount, che altrove esercitano una pressione concorrenziale più intensa.

A questi elementi si aggiunge una variabile demografica che incide direttamente sulla formazione dei prezzi. Il mercato italiano del latte artificiale opera su volumi strutturalmente contenuti, in un contesto di natalità tra i più bassi in Europa. La riduzione del numero di nati limita le economie di scala e accentua l’incidenza dei costi fissi lungo l’intera filiera. In un mercato regolato, concentrato e con domanda rigida, la contrazione dei volumi tende a riflettersi sul prezzo unitario, che viene sostenuto da una base di consumatori progressivamente più ristretta.

In questo quadro, la variabilità dei prezzi tra Paesi non è riconducibile a differenze negli standard di sicurezza o nella qualità del prodotto, che restano uniformi a livello europeo. Il punto non è la qualità, ma la struttura del mercato e la combinazione tra dimensione demografica, canali di vendita e assetto concorrenziale. È su questo insieme di fattori che si innesta il livello di prezzo osservato in Italia.

Tra Iva agevolata e bonus latte artificiale

Sul prezzo finale incide anche il trattamento fiscale. In Italia il latte artificiale rientra tra i beni soggetti ad aliquota Iva agevolata, ma non a esenzione. Dopo una fase transitoria in cui alcuni prodotti per l’infanzia erano stati assoggettati all’aliquota del 5%, dal 1° gennaio 2024 è tornata applicabile l’aliquota del 10%. La riclassificazione è stata chiarita dalla Circolare n. 3/E del 16 febbraio 2024 dell’Agenzia delle Entrate, che include il latte in polvere o liquido per l’alimentazione dei lattanti e dei bambini nella prima infanzia tra i beni soggetti all’aliquota ridotta del 10%.

Nel confronto europeo, il quadro risulta più articolato: alcuni Paesi applicano aliquote ridotte analoghe a quella italiana, altri hanno introdotto aliquote ulteriormente abbassate o azzerate sui beni essenziali per l’infanzia, nei margini consentiti dalla disciplina Ue sull’Iva. La leva fiscale contribuisce a muovere il prezzo al consumo, ma non interviene sulle determinanti a monte legate a struttura del mercato, canali e margini di filiera.

Accanto alla fiscalità, esiste un intervento pubblico mirato: il bonus latte artificiale. La misura, introdotta dal Decreto del Ministero della Salute del 31 agosto 2021 in attuazione della Legge 27 dicembre 2019, n. 160, è confermata anche per il 2026. Il contributo, fino a un massimo di 400 euro annui per neonato e comunque entro il sesto mese di vita, è destinato alle madri che non possono allattare per condizioni patologiche certificate e che non hanno accesso alla banca del latte umano donato. L’accesso è subordinato a un limite Isee pari a 30.000 euro annui. La gestione è regionale e la domanda viene presentata alle Aziende sanitarie locali, che verificano requisiti e documentazione. L’elenco delle patologie che danno diritto al beneficio è definito dal decreto ministeriale e distingue condizioni permanenti e temporanee.

Dal punto di vista economico, il bonus ha un effetto circoscritto: non interviene sulla formazione dei prezzi e non modifica la spesa ordinaria sostenuta dalla maggioranza delle famiglie nei primi mesi di vita.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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