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La violenza di genere uccide più del parto: l’allarme dell’Oms

La violenza di genere uccide più donne di quante ne muoiano per cause legate alla maternità. È questo l’ultimo allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della Sanità, riferendosi in particolare alla Regione europea che comprende 53 Paesi, tra i quali l’Italia.

L’appello dell’Oms ai Paesi è quello di registrare con dati strutturati nazionali il fenomeno: “Gli interventi – spiega l’Oms riferendosi a quelli relativi alla salute delle donne – si concentrano spesso negli anni riproduttivi. Tale attenzione è in parte dovuta a preoccupazioni demografiche, con una crescente attenzione alla fertilità. Ma questa enfasi comporta un rischio: le donne vengono considerate prioritarie quando sono viste come centrali per la riproduzione e trascurate nei decenni precedenti o successivi. Le conseguenze di questo squilibrio diventano evidenti nei dati”. Per l’Oms, quindi, bisognerebbe preoccuparsi non solo di come muoiono le donne, ma anche come registriamo le loro morti. Un appello che arriva come un faro di luce puntato su un’estate drammatica in tema di violenza di genere per il nostro Paese.

Il reato di femminicidio in Italia

La recente serie ravvicinata di omicidi con vittime femminili e esecutori di sesso maschile appartenenti alla sfera familiare o relazionale nel nostro Paese ha riacceso i riflettori sul fenomeno e sull’estrema urgenza di affrontare il tema della prevenzione e della tutela delle donne: da Luigia Fortunato, 33 anni, uccisa lo scorso luglio con 50 coltellate dal marito; passando per Tania Terrin, 39 anni, strangolata a Ferragosto dall’ex compagno, già denunciato più volte, fino a Ornella Forastefano, di 46anni, lasciata agonizzante la mattina del 16 agosto davanti all’ospedale di Trebisacce e poi morta a causa di profonde ferite e traumi su tutto il corpo.

Per meglio inquadrare il reato e le cause che lo hanno generato, il 17 dicembre 2025 è entrato in vigore nel Codice penale italiano l’articolo 577-bis, che introduce il “reato di femminicidio”. La nuova norma si configura come l’uccisione di una persona di sesso femminile come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, oppure attraverso il controllo, il possesso o il dominio esercitati sulla vittima in quanto donna. Il reato assume tale accezione anche quando la morte è legata al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione affettiva, o è finalizzata a limitarne le libertà individuali. Prevede come pena l’ergastolo. Ma se questi presupposti non venissero riscontrati nel caso concreto, l’atto verrebbe perseguito come omicidio volontario comune (regolato cioè dall’articolo 575).

I numeri dei femminicidi in Italia nel 2026

L’Italia, per la prima volta nel 2026, con l’introduzione di tale reato, può misurare effettivamente e ufficialmente i femminicidi che avvengono nel nostro Paese. A Ferragosto, un Dossier del Viminale ha rivelato i dati di quelli avvenuti nella prima metà del 2026. Per intenderci: gli omicidi di donne in questo primo semestre sono scesi a 34 vittime complessive rispetto alle 54 dello stesso periodo del 2025 (pari a un calo del 37%). Di questi 34 decessi, grazie alla riforma penale introdotta con l’articolo 577-bis, solo 8 casi sono stati formalmente e provvisoriamente classificati come “femminicidi” in senso strettamente giuridico. Le restanti 26 donne, seppur uccise nella maggioranza dei casi da persone vicine alla loro sfera familiare o relazionale, sono registrate sotto la dicitura di omicidio volontario comune (art. 575 c.p.).

Se guardiamo lo scorso anno, su 97 donne assassinate, 85 sono state uccise da una persona appartenente all’ambito familiare-affettivo. E se adiamo indietro al 2024: su 116 omicidi con vittime femminili, 106 avrebbero potuto essere considerati “femminicidi (nell’accezione sociale del termine in quanto il reato è stato introdotto successivamente, ndr): 62 consumati all’interno della coppia e 37 per mano di altri familiari.

L’allarme Oms: la violenza non ha età e uccide più del parto

Se in Italia il dibattito si concentra sulla tutela penale e sulle critiche alla prevenzione, il rapporto More than a mother pubblicato dall’Oms Europa il 18 agosto 2026 allarga lo sguardo su scala continentale, svelando una verità scomoda: la salute e la vita delle donne sono ancora troppo spesso ridotte alla sola dimensione della maternità.

Negli ultimi vent’anni la mortalità materna nella regione europea è globalmente diminuita. Eppure, mentre gli investimenti e le politiche si sono storicamente concentrati sulla gravidanza e sul parto, la maggior parte dei decessi femminili avviene al di fuori di questo periodo. L’Oms evidenzia che, all’interno della regione, la violenza uccide molte più donne rispetto alle complicazioni legate alla maternità.

Questo pericolo, inoltre, è vittima di un grave fraintendimento generazionale: si tende a pensare alla violenza di genere come a una minaccia legata principalmente alla giovinezza, ma i dati dimostrano che il rischio di femminicidio e abuso persiste lungo tutto il corso della vita, colpendo duramente anche donne adulte o anziane, la cui vulnerabilità rimane spesso invisibile e sommersa a causa dello stigma sociale. In Italia, gli 8 femminicidi del 2026 hanno riguardato tutte donne nella fascia di età compresa tra i 41 ed i 64 anni, ad esempio.

La morte “invisibile”: il divario nei dati sanitari delle over 45

C’è poi un’altra forma di invisibilità che uccide, ed è quella codificata nei database sanitari. Per le donne sopra i 45 anni, la probabilità che la causa del decesso venga registrata sotto diciture generiche o “mal definite” (come arresto cardiaco, fragilità o demenza non specificata) è circa il 14% superiore rispetto agli uomini.

Questa apparente anomalia burocratica nasconde in realtà una grave discriminazione sistemica. Le donne, infatti, continuano a subire diagnosi tardive, a ricevere minori accertamenti clinici e a rimanere gravemente sottorappresentate nella ricerca scientifica, in particolare in ambito cardiovascolare (che pure rappresenta la prima causa di morte per entrambi i sessi).

Quando la morte di una donna viene archiviata sotto una causa mal definita, non si degrada solo la qualità del dato statistico: si occulta, secondo l’Oms, la reale portata delle patologie femminili, si indeboliscono le strategie di prevenzione e si perpetua un sistema che fatica a vedere le donne per ciò che sono davvero, al di là del loro ruolo riproduttivo. Per l’Oms, colmare queste lacune e integrare la prevenzione della violenza nelle politiche sanitarie nazionali è l’unico modo per restituire dignità, visibilità e sicurezza alle donne in ogni fase della loro vita.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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