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La vacanza con il piano B: perché gli under 35 temono di più gli imprevisti

Il viaggio degli under 35 comincia molto prima del gate. Comincia quando si controlla il meteo con due settimane di anticipo, si salva il passaporto sul cloud, si fotografa la carta d’identità, si verifica se l’assicurazione copre il volo cancellato, si leggono le recensioni dell’hotel una seconda volta e si mette in valigia un power bank “per sicurezza”. La vacanza resta desiderio, evasione, racconto da condividere. Ma per molti giovani adulti è anche una sequenza di possibili imprevisti da neutralizzare prima della partenza.

Secondo il Global Travel Confidence Index 2026 di Allianz Partners, realizzato da Ipsos su 11.010 adulti in dieci mercati, tra cui l’Italia, gli under 35 sono più preoccupati degli over 50 su quasi tutte le principali dimensioni del viaggio. Temono di più le malattie, le emergenze, la crisi climatica, le situazioni di salute pubblica, la perdita del bagaglio, la perdita dei documenti e perfino la rottura dello smartphone.

Non è la fine della voglia di partire. A livello globale, il 74% degli intervistati dichiara di voler fare una vacanza estiva nel 2026. È piuttosto la fine dell’idea di viaggio completamente spensierato. Si parte ancora, ma con più notifiche, più cautele, più screenshot, più piani B.

La valigia degli imprevisti

Nella valigia degli under 35 non ci sono solo vestiti, caricabatterie e documenti. Ci sono anche scenari da gestire. Il 63% teme di ammalarsi durante un viaggio, contro il 48% degli over 50. Il 61% è preoccupato per eventuali emergenze, contro il 49% degli adulti più maturi. La stessa quota, 61%, indica come fonte di ansia la crisi climatica; tra gli over 50 la percentuale scende al 46%.

Anche le situazioni di salute pubblica pesano di più sui giovani viaggiatori: riguardano il 61% degli under 35 e il 44% degli over 50. La distanza tra le due fasce d’età non indica necessariamente una minore propensione al viaggio da parte dei più giovani, ma un diverso modo di percepire l’incertezza.

La pandemia ha lasciato una traccia concreta nell’immaginario della mobilità: voli cancellati, frontiere chiuse, quarantene, tamponi, assicurazioni, rientri complicati. Anche dopo la fase emergenziale, l’idea che un evento sanitario possa modificare o interrompere un viaggio è rimasta più presente. Per chi ha iniziato a viaggiare da adulto proprio negli anni delle restrizioni, l’imprevisto non è un’eccezione teorica, è qualcosa già visto accadere.

A questo si aggiunge il clima. Ondate di calore, incendi, alluvioni e interruzioni dei trasporti hanno trasformato il meteo da variabile fastidiosa a fattore di pianificazione. Non si guarda più soltanto se pioverà durante il weekend, ma se una destinazione è esposta a temperature estreme, se una tratta può essere interrotta, se una vacanza estiva rischia di coincidere con eventi atmosferici sempre meno eccezionali.

Il viaggio resta desiderato, ma più sorvegliato. Si scelgono mete, periodi, alloggi e mezzi di trasporto anche sulla base della loro capacità di ridurre l’incertezza. Il risultato è una vacanza che comincia con largo anticipo, nella costruzione mentale di tutto ciò che potrebbe andare storto.

Lo smartphone non è un accessorio, è il viaggio

Tra gli under 35, il 48% teme di dover riparare o sostituire il cellulare durante la vacanza. Tra gli over 50 la quota si ferma al 29%. La differenza racconta quanto il telefono sia diventato centrale nell’esperienza di viaggio.

Sul telefono ci sono carte d’imbarco, prenotazioni, mappe, chat con hotel e host, pagamenti, documenti digitali, traduttori, biglietti dei treni, codici per aprire appartamenti, app delle compagnie aeree, assicurazioni, fotografie, contatti. Se si rompe, non si perde solo un oggetto: si rischia di perdere il centro operativo della vacanza.

La digitalizzazione ha reso il viaggio più autonomo e flessibile. Si può prenotare un treno all’ultimo minuto, cambiare albergo, controllare il ritardo di un volo, trovare un ristorante, tradurre un menu, pagare senza contanti, avvisare casa, inviare documenti. Ma questa autonomia passa spesso da un unico dispositivo. Quando quel dispositivo smette di funzionare, l’efficienza si trasforma in vulnerabilità.

Per questo l’ansia digitale è una delle forme più contemporanee dell’ansia da viaggio. Il turista giovane ha più strumenti per organizzarsi da solo, ma dipende anche di più dall’infrastruttura tecnologica personale. Un telefono scarico, rubato o rotto può produrre una catena di problemi: non accedere alla prenotazione, non trovare l’indirizzo dell’alloggio, non mostrare il biglietto, non pagare, non comunicare con chi gestisce il soggiorno.

La differenza generazionale emerge anche su altri imprevisti pratici. La perdita o il ritardo del bagaglio preoccupa il 61% degli under 35, contro il 41% degli over 50. La perdita dei documenti riguarda il 60% dei più giovani e il 40% degli over 50. Anche qui non conta solo il disagio immediato, ma l’effetto domino: coincidenze saltate, costi aggiuntivi, pratiche consolari, acquisti imprevisti, giorni di vacanza persi.

Non meno vacanze, ma più piani B

L’ansia da viaggio non porta necessariamente a restare a casa. La risposta più frequente sembra essere un’organizzazione più controllata. Si parte, ma con assicurazioni, copie dei documenti, prenotazioni flessibili, budget di emergenza, power bank, carte alternative, app aggiornate, screenshot delle conferme e una maggiore attenzione alle condizioni della destinazione.

Il contesto economico incide molto. Secondo il Global Travel Confidence Index 2026, il 77% degli intervistati è preoccupato per l’aumento dei costi. La vacanza resta una priorità, ma deve fare i conti con voli più cari, hotel più costosi, ristorazione, trasporti locali e spese impreviste. Per i più giovani, che spesso hanno redditi meno stabili, affitti elevati o minore capacità di risparmio, l’imprevisto può pesare di più.

Un volo cancellato, una notte aggiuntiva in hotel, un bagaglio da sostituire, una visita medica o un nuovo telefono non hanno lo stesso impatto su tutte le fasce d’età. L’ansia nasce anche da questa asimmetria: non solo dalla possibilità che qualcosa accada, ma dalla difficoltà di assorbirne il costo.

Anche la scelta della destinazione può diventare una forma di prudenza. A livello globale, il 42% dei viaggiatori estivi sceglie mete domestiche. Non sempre è una rinuncia. A volte significa ridurre la complessità: meno documenti, meno barriere linguistiche, costi più prevedibili, rientro più semplice in caso di emergenza, minore esposizione a problemi sanitari o geopolitici.

Dentro questa logica cresce anche il ruolo dell’assicurazione viaggio. Tra chi la acquista, le motivazioni principali sono la tranquillità psicologica e la protezione dagli imprevisti, entrambe indicate dall’85% degli intervistati, seguite dal rimborso in caso di cancellazione, citato dall’84%. La copertura non è percepita solo come uno strumento economico, ma come una forma di controllo dell’incertezza.

La vacanza degli under 35, quindi, non è meno importante. Resta esperienza, benessere, socialità, identità, racconto. Ma è più fragile, più calcolata, più dipendente da strumenti digitali e più esposta al costo dell’imprevisto.

La generazione che ha imparato a viaggiare con un’app in mano non ha smesso di partire. Ha solo aggiunto alla valigia una domanda in più: “E se qualcosa va storto?”.

 

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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