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Genitori oggi? Discreti, ma con il parental control acceso

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui diventare genitori sembrava far parte del normale ordine delle cose: si cresceva, si trovava un lavoro, si metteva su casa, magari ci si sposava, e prima o poi arrivavano i figli. Oggi quella sequenza si è allentata: le tappe non arrivano più nello stesso ordine, non valgono per tutti e spesso richiedono più tempo, più stabilità, più condizioni da far combaciare. Fare un figlio non è più una tappa automatica della vita adulta, ma una scelta che arriva spesso più tardi, dopo molte verifiche e qualche rinvio, dentro biografie meno lineari e più affollate di incastri: il lavoro, il reddito, la casa, la tenuta della coppia, il desiderio personale, l’età che intanto avanza e raramente concede proroghe.

Diventare genitori resta una scelta d’amore, certo, ma con più consapevolezza, più calcoli e qualche domanda in più. Non solo “lo vogliamo?”, ma anche “ce la facciamo?”, “abbiamo abbastanza tempo?”, “abbiamo abbastanza energie?”, “riusciremo a non farci travolgere?”. Perché insieme a un figlio arrivano gioie enormi, ma anche notti corte, spese lunghe, pediatra, scuola, compiti, sport, smartphone, ansie nuove e una domanda che accompagna molte giornate: starò facendo bene?

Il Rapporto Censis “Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana” entra proprio in questo punto sensibile: non si limita a registrare che in Italia nascono meno bambini, ma prova a capire come si raccontano quelli che genitori lo sono diventati davvero. Madri e padri spiegano perché hanno avuto figli, cosa li preoccupa, quanto si fidano, come educano, dove controllano, quando intervengono e quando, almeno nelle intenzioni, provano a restare un passo indietro. Ne esce un ritratto meno cupo di quanto ci si potrebbe aspettare, ma anche molto meno pacificato: il genitore italiano del 2026 vuole essere moderno, discreto, dialogante, lontano dal vecchio modello del comando senza spiegazioni; solo che, appena la vita reale si presenta con smartphone, social, compiti, amicizie, ansie e registro elettronico, quella discrezione diventa una presenza vigile, continua, molto informata.

La cornice demografica è quella di un Paese che ha cambiato forma. Le persone che vivono sole erano il 21,1% delle famiglie nel 1994, oggi sono il 36,2%; le coppie con figli, nello stesso periodo, sono passate dal 47,9% al 29,2%; le famiglie con un solo genitore sono aumentate dall’8,1% al 10,9%. Intanto le nascite sono diminuite del 32,4%, l’età media delle madri alla nascita del primo figlio è salita da 27,7 a 31,9 anni, i matrimoni sono calati del 40,6% e i figli nati fuori dal matrimonio, che nel 1994 erano il 7,8% del totale, oggi sono il 43,2%. La famiglia con figli, insomma, non è sparita, ma non è più il formato dominante, né il destino scritto di tutti: è una strada possibile, imboccata più tardi, più raramente, spesso con meno figli e con più calcoli di un tempo. Calcoli economici, certo, ma anche psicologici, organizzativi, emotivi, perché un figlio oggi non chiede soltanto spazio in casa; chiede spazio mentale, che è forse la risorsa più contesa nelle giornate degli adulti.

Il genitore nuovo si vede discreto, non autoritario

Ma il passaggio più interessante del rapporto è un altro: non quanti figli si fanno, bensì come si raccontano i genitori di oggi. E il racconto è cambiato molto: il 60% degli intervistati si definisce un genitore non invadente, discreto, mentre nel 2002 era il 29,3%. In poco più di vent’anni è quasi raddoppiata la quota di madri e padri che scelgono per sé questa immagine: non chi occupa la scena, decide dall’alto e impone, ma chi accompagna, osserva, lascia spazio, cerca di non pesare troppo sulla vita dei figli. Nello stesso periodo, si riduce molto il profilo del genitore apprensivo, che passa dal 34,1% al 14,8%, come se l’ansia (che pure non sembra affatto uscita dalle case italiane) fosse diventata meno presentabile come identità educativa.

È cambiato il vocabolario della buona genitorialità. La parola d’ordine non è più obbedienza, ma fiducia: il 78,4% dei genitori ritiene che nel rapporto con i figli conti più la fiducia dell’obbedienza, il 95,5% considera decisivo il dialogo e il 92,3% pensa che, per crescere bene, i figli debbano misurarsi anche con errori e fallimenti. Il vecchio “si fa così perché lo dico io” non gode più di grande salute, sostituito da un repertorio più morbido e contemporaneo: ascolto, confronto, responsabilità, autonomia, regole condivise. È un passaggio culturale importante, perché segnala il tramonto almeno dichiarato di un modello verticale, in cui il figlio doveva adeguarsi, e l’affermazione di un modello più relazionale, in cui il genitore vuole essere guida più che comandante.

Sulla carta è una genitorialità molto convincente: meno rigida, più attenta alla soggettività dei figli, più interessata a costruire competenze interiori che a ottenere semplice disciplina. Il figlio non viene più immaginato come qualcuno da piegare a una norma, ma come una persona da accompagnare verso l’autonomia, possibilmente con autostima, capacità di scelta, senso di responsabilità e una discreta tenuta davanti agli inciampi. Il genitore, a sua volta, non vuole più essere soltanto autorità: vuole essere autorevole, che è cosa più raffinata e anche più difficile, perché non basta farsi obbedire, bisogna essere credibili.

Eppure, è proprio qui che il racconto diventa interessante, perché questa immagine del genitore discreto convive con una pratica di controllo tutt’altro che leggera. Il 78,1% dei genitori supervisiona amicizie, studi e interessi dei figli, il 31,6% controlla regolarmente cose personali come diari o cellulari, il 66,1% ammette che spesso finisce per risolvere direttamente i problemi dei figli. Non siamo davanti a una contraddizione banale, né a una semplice ipocrisia educativa; piuttosto, emerge un modello in cui la libertà dei figli viene concessa, ma dentro un perimetro sorvegliato. Il genitore non vuole apparire invadente, però vuole sapere; non vuole comandare, però monitora; non vuole sostituirsi, però interviene quando teme che l’errore possa diventare troppo doloroso, troppo pubblico o troppo difficile da recuperare.

L’osservatore discreto, insomma, non è distratto. Sta un passo indietro, ma con lo sguardo allenato; parla di fiducia, ma raccoglie segnali; lascia spazio, ma non abbandona il campo. È una presenza meno rumorosa di quella dei genitori di un tempo, ma non necessariamente meno intensa. Anzi, a ben vedere può essere persino più faticosa, perché il comando secco richiede meno negoziazione, mentre il modello dialogante obbliga a spiegare, ascoltare, motivare, trattenersi, intervenire al momento giusto e possibilmente senza dare l’impressione di aver occupato tutta la scena.

Autonomia assistita, tra fiducia e paura del mondo

Il punto delicato è che i genitori di oggi vogliono figli autonomi, ma faticano a tollerare fino in fondo il rischio dell’autonomia. In teoria l’errore è una palestra, in pratica l’errore può fare male; può produrre esclusione, frustrazione, brutti voti, amicizie sbagliate, tracce digitali difficili da cancellare, sofferenze che un genitore vorrebbe evitare prima ancora che si manifestino. Così, mentre si afferma l’idea che i figli debbano imparare anche dai fallimenti, cresce la tentazione di rendere quei fallimenti piccoli, reversibili, possibilmente non traumatici. Si lascia andare, ma con una mano pronta a trattenere.

È anche una reazione a un contesto percepito come più difficile. Il 79,2% dei genitori pensa che oggi essere genitore sia più complicato rispetto al passato, una quota quasi identica a quella rilevata nel 2002, ma sono cambiate le ragioni della fatica: oggi il 35,7% indica soprattutto gli elevati costi economici necessari alla crescita di un figlio, contro il 22,5% del 2002; seguono le richieste dei figli, al 18,9%, e i troppi impegni lavorativi, al 18,4%. Il costo, però, non è solo quello del mantenimento materiale. È il costo del “fare abbastanza”: sport, lingue, tecnologia, attività extrascolastiche, centri estivi, supporti educativi, visite, strumenti. Tutto può apparire utile, e ogni rinuncia rischia di sembrare una piccola sottrazione di opportunità.

Il genitore discreto diventa così anche un genitore manager, spesso non per ambizione ma per timore: quello di non aver offerto abbastanza, di non aver visto in tempo un bisogno, di non aver preparato il figlio a un mondo competitivo e instabile. Non basta più crescere, bisogna attrezzare; non basta accompagnare, bisogna orientare; non basta lasciare esperienze, bisogna trasformarle in competenze. È una pressione sottile, che raramente viene detta in modo esplicito, ma che entra nelle scelte quotidiane: quale sport, quale lingua, quanto schermo, quale scuola, quanta autonomia, quanta protezione. Anche decisioni apparentemente minime finiscono per caricarsi di un significato più grande.

Dentro questo quadro, l’autonomia procede a piccoli passi. L’83,9% dei genitori cerca di responsabilizzare i figli il più possibile e l’85,2% affida loro compiti quotidiani come rifarsi il letto, ordinare la stanza o apparecchiare. Sono esercizi domestici di indipendenza, piccoli segnali del fatto che la responsabilità non si insegna solo con i discorsi ma anche con le azioni ripetute. Quando però l’autonomia esce dalla casa, la prudenza aumenta: entro i 15 anni il 49,6% dei genitori ritiene appropriato concedere più libertà nella gestione del tempo, il 46,5% considera giusto far uscire i figli da soli durante il giorno, il 32,6% la sera con gli amici. L’indipendenza avanza, dunque, ma per gradi, con orari, condizioni, controlli impliciti e una trattativa continua che molte famiglie conoscono bene.

In tutto questo pesa anche il lavoro, perché il modello del genitore presente, dialogante e vigile richiede tempo, e il tempo è esattamente ciò che manca. Il 73,4% degli intervistati considera il lavoro un ostacolo all’essere un buon genitore, con un impatto che resta molto diverso tra uomini e donne. Il tasso di occupazione delle donne senza figli è pari al 68,5%, mentre scende al 61,5% tra quelle con figli; per gli uomini accade il contrario, dal 78,4% senza figli al 91,7% con figli. La genitorialità, quindi, continua a incidere in modo asimmetrico sulle traiettorie professionali, e il carico della cura resta tutt’altro che neutro. Non a caso, quando si chiede cosa avrebbe potuto facilitare il compito di genitore, il 77,1% delle madri indica più risorse economiche, mentre l’83,8% dei padri avrebbe voluto più tempo: due risposte diverse, che raccontano due fatiche intrecciate, quella della gestione concreta e quella della presenza mancata.

Nel digitale la discrezione diventa sorveglianza

Se c’è un terreno su cui il nuovo autoritratto dei genitori viene messo davvero alla prova, è il digitale. Qui fiducia, dialogo e autonomia incontrano smartphone, social, intelligenza artificiale, geolocalizzazione, compiti fatti con l’aiuto degli algoritmi, e il genitore discreto scopre di dover diventare anche un piccolo tecnico della sicurezza familiare. Non perché voglia trasformarsi in controllore, ma perché il territorio è opaco, cambia in fretta e spesso gli adulti hanno la sensazione di arrivare un passo dopo.

Lo smartphone entra presto nella vita dei figli: il 46,4% dei genitori ne autorizza l’uso entro il decimo anno di età, il 68,4% entro l’undicesimo, il 90,4% entro i 12 anni. Anche i social arrivano relativamente presto, visto che il 46,9% dei genitori con figli fino a 15 anni ne consente l’utilizzo. Il digitale, dunque, non viene tenuto fuori dalla porta, anche perché molti genitori temono che escluderne i figli significhi tagliarli fuori da una parte della socialità e delle competenze ormai necessarie. Allo stesso tempo, però, il controllo resta acceso: il 69,1% conta sul senso di responsabilità dei figli per una buona gestione dei social, ma il 55,1% ha attivato il parental control e il 43% geolocalizza i dispositivi per sapere dove si trovano.

È forse la formula più nitida della genitorialità contemporanea: fiducia, ma con le notifiche attive. Il genitore crede nell’autonomia, però preferisce avere strumenti di verifica; non vuole essere invadente, ma considera rassicurante sapere dov’è il telefono, che spesso significa sapere dov’è il figlio; punta sul dialogo, ma non rinuncia al filtro tecnico. Anche qui, più che una incoerenza, c’è il tentativo di stare in mezzo: vietare tutto sembra impossibile e forse controproducente, concedere tutto appare irresponsabile, quindi si prova a regolare, accompagnare, controllare senza far diventare il controllo l’unica forma della relazione.

La scuola entra nello stesso campo di tensione. Il 72,4% dei genitori dichiara di avere fiducia negli insegnanti, un dato importante in tempi in cui il rapporto tra famiglie e istituzioni scolastiche viene spesso raccontato solo attraverso conflitti e chat incandescenti. Allo stesso tempo, il 66,7% ritiene che l’uso degli smartphone a scuola debba essere proibito. Si chiede dunque alla scuola di mettere un limite chiaro là dove in famiglia il limite è più mobile e negoziato. Ma poi arriva un altro dato: il 32,5% dei genitori ha almeno un figlio che svolge i compiti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, da ChatGpt a Grok, Gemini e altri strumenti. Il digitale che si vorrebbe contenere in classe è già entrato nello studio domestico, e anche qui non basta dire sì o no; bisogna capire quanto, come, con quali regole, con quale consapevolezza.

Alla fine, il rapporto racconta un genitore che non è cambiato solo perché fa meno figli, ma perché ha cambiato idea su cosa significhi essere un buon genitore. Non vuole più essere autoritario, non vuole essere invadente, non vuole ridursi a controllore, eppure controlla; vuole fidarsi, eppure verifica; vuole che i figli imparino dagli errori, eppure prova a evitare quelli più pesanti. È una figura piena di tensioni, ma non per questo falsa. Semmai molto umana, perché educare in questo tempo significa tenere insieme due spinte opposte: lasciare andare e proteggere, dare autonomia e restare presenti, credere nei figli e temere per loro.

Forse è anche per questo che, nonostante la fatica, i genitori restano ottimisti. Il 67,3% guarda al futuro dei figli con fiducia, speranza o serenità, una quota superiore a quella registrata nel 2002. Non è un ottimismo ingenuo, né trionfale; assomiglia di più a una postura quotidiana, alla scelta di credere che, pur tra costi, lavoro, ansie digitali e margini sempre più stretti, i figli possano farcela. Il genitore contemporaneo, in fondo, è un equilibrista: vuole restare discreto, ma non assente; vuole essere vicino, ma non addosso; vuole lasciare spazio, ma con un occhio aperto. E, possibilmente, con il telefono carico.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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