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Femminicidio, Roccella replica a Vannacci: “La donna viene uccisa in quanto donna”

“Penso che Vannacci non abbia molto chiara la differenza sessuale, la differenza fra un uomo e una donna”, così la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Maria Roccella, replica al leader di Futuro Nazionale secondo cui “il femminicidio non esiste”.

Intervistata dal vicedirettore Fabio Insenga in occasione dell’evento Adnkronos Q&A “La demografia cambia la società”, Roccella ricorda qual è il baricentro del discorso: “La prima cosa da chiarire – spiega – è che non c’è una questione valoriale. In pratica, non è che uccidere una donna sia più grave che uccidere un uomo, e non era certo questa l’intenzione del legislatore”.

Il punto, spiega, è un altro: “Si chiama femminicidio perché il movente riguarda la donna, cioè si uccide una donna in quanto donna”.

Non è una disputa terminologica, ma una questione che riguarda il modo in cui si interpreta la violenza maschile contro le donne.

Perché esiste il femminicidio secondo Roccella

La ministra insiste su un dato strutturale: “Sono gli uomini che uccidono le donne, non perché gli uomini siano cattivi, ma perché ci sono delle asimmetrie storiche”, osserva ricordando che le donne in galera sono appena il 2-3% della intera popolazione carceraria italiana. La ministra aggiunge che c’è ancora “una situazione di non completo assorbimento della libertà delle donne, della libertà femminile”, ed è questo che produce il femminicidio.

Roccella prova così a togliere il tema dal terreno della reazione emotiva e a riportarlo dentro una cornice sociale e culturale. “Nelle relazioni possiamo essere tutti gelosi, possiamo essere tutti aggressivi, non c’è una differenza nei sentimenti fra un uomo e una donna”, dice. Il punto decisivo, piuttosto, è che “una donna viene uccisa ogni tre giorni da un uomo, in genere da un uomo che ha con lei più o meno una relazione, o l’ha avuta o la vorrebbe avere, e non succede l’inverso”.

Per questo, conclude, la parola femminicidio va difesa non come categoria morale ma come categoria interpretativa. “Non è una differenza nella gravità del fatto”, chiarisce. “È una differenza nel movente.”

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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