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Divieto social? La ricerca: “Tempo online non aumenta ansia nei ragazzi”

Mentre il governo britannico e quello australiano valutano restrizioni drastiche, come il divieto dei social media per i minori di 16 anni, una nuova ricerca scientifica mette in discussione le fondamenta di queste decisioni. Uno studio su vasta scala condotto dall’Università di Manchester ha infatti concluso che il tempo trascorso a scorrere feed o a giocare ai videogiochi non aumenta i sintomi di ansia o depressione negli adolescenti.

Secondo i ricercatori, l’idea che lo “screen time” sia il principale motore della crisi della salute mentale giovanile è una narrazione troppo semplicistica.

Tempo sui social e ansia

La ricerca si distingue per la sua ampiezza e per il rigore scientifico, avendo monitorato 25.629 studenti tra gli 11 e i 14 anni per un periodo di tre anni scolastici nell’area di Greater Manchester. Gli scienziati hanno utilizzato un modello statistico avanzato che permette di distinguere se un problema sia legato a caratteristiche stabili dell’individuo o se sia effettivamente causato da un cambiamento temporaneo nelle abitudini digitali. Ai partecipanti è stato chiesto di stimare le ore passate quotidianamente su piattaforme come TikTok, Instagram e Snapchat, oltre alla frequenza di gioco su console e computer.

I risultati hanno mostrato che un aumento del tempo speso online o nel gaming non ha prodotto alcun effetto negativo sulla salute mentale a distanza di un anno. Anche distinguendo tra un uso “attivo” (chattare e postare) e uno “passivo” (scorrere i feed senza interagire), il quadro non cambia: le abitudini tecnologiche da sole non sembrano guidare le difficoltà emotive.

La complessità del benessere digitale

La dottoressa Qiqi Cheng, autrice principale della ricerca, ha sottolineato la necessità di guardare oltre i dati numerici: “Sappiamo che le famiglie sono preoccupate, ma i nostri risultati non supportano l’idea che il semplice tempo trascorso sui social media o giocando porti a problemi di salute mentale: la storia è molto più complessa di così”. Lo studio ha, infatti, evidenziato un fenomeno inverso: lo stato emotivo dei ragazzi influenza il loro modo di usare la tecnologia.

È emerso, ad esempio, che i ragazzi che riportavano maggiori sintomi di ansia o tristezza tendevano a ridurre la loro frequenza di gioco l’anno seguente. Questo comportamento potrebbe essere spiegato con l’anedonia, ovvero la perdita di interesse per gli hobby tipica della depressione, o con l’intervento dei genitori che, notando il malessere del figlio, decidono di limitarne l’accesso ai dispositivi.

Non è quanto, ma “cosa” si fa online

Anche se i risultati mettono in luce che non è il tempo il fattore chiave discriminante, gli esperti avvertono che il mondo digitale non è privo di pericoli. Il problema non risiede nella tecnologia in sé o nel numero di ore di connessione, ma nella natura delle esperienze vissute: messaggi offensivi, bullismo e contenuti estremi continuano ad avere un impatto reale e negativo sul benessere dei giovani.

Il professor Neil Humphrey, co-autore della ricerca, ha suggerito un cambio di prospettiva per genitori e istituzioni: “Invece di incolpare la tecnologia, dobbiamo prestare attenzione a ciò che i giovani fanno online, con chi entrano in contatto e quanto si sentono supportati nella loro vita quotidiana”. In definitiva, i ricercatori rivolgono un appello alle istituzioni: le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi sulla protezione dai contenuti nocivi e sul supporto psicologico, piuttosto che su divieti basati esclusivamente sul tempo trascorso davanti allo schermo.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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