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Cimiteri, app e memoria online: cosa succede ai morti nell’era digitale

La morte (di solito) non ha bisogno di aggiornamenti software. È una delle poche certezze che l’umanità gestisce da millenni con strumenti relativamente stabili: registri, archivi, lapidi. Negli ultimi anni però anche questo universo, apparentemente immobile, ha iniziato a muoversi. I cimiteri entrano nei database comunali, i registri diventano piattaforme consultabili via smartphone, e in qualche caso i defunti finiscono perfino dentro app con funzioni social. È qui che si inserisce la vicenda di Aldilapp, l’applicazione finita nel mirino del Garante per la protezione dei dati personali.

Il funzionamento è intuitivo: l’utente si registra, digita il nome di una persona e l’app indica dove si trova la tomba all’interno dei cimiteri aderenti al servizio. Fin qui nulla di particolarmente sorprendente. Il passaggio successivo è quello che ha attirato l’attenzione dell’Autorità. Utilizzando i database comunali delle sepolture, la piattaforma creava automaticamente profili digitali dei defunti. Su quei profili era possibile lasciare dediche, accendere ceri virtuali visibili agli altri utenti e accedere a servizi commerciali come la consegna di fiori o la pulizia della tomba.

Il Garante ha ritenuto che questo sistema presentasse diverse criticità e ha sanzionato la società Stup, che distribuisce l’app in Italia, insieme ai comuni di Ancona e Velletri e ai rispettivi gestori dei servizi cimiteriali. L’Autorità ha imposto la cancellazione dei profili creati automaticamente a partire dai database comunali e ha stabilito che eventuali servizi commemorativi potranno essere offerti soltanto su richiesta degli utenti e senza utilizzare quei registri pubblici. Un intervento che, al di là del caso specifico, apre uno squarcio su un tema sempre più attuale: cosa succede quando la memoria dei morti entra nei sistemi digitali.

Dai registri cartacei alle mappe digitali dei cimiteri

Per capire perché una semplice app possa diventare materia da provvedimento amministrativo bisogna guardare alla trasformazione dei servizi cimiteriali negli ultimi anni. Per secoli la gestione delle sepolture è stata affidata a registri cartacei conservati negli uffici comunali o nelle parrocchie. Ogni tomba veniva annotata manualmente: nome, data di morte, posizione nel cimitero.

Negli ultimi anni molte amministrazioni locali hanno avviato processi di digitalizzazione di questi archivi. L’obiettivo è soprattutto organizzativo. I cimiteri sono infrastrutture urbane complesse e richiedono una gestione precisa delle concessioni, delle estumulazioni, dei rinnovi e degli spazi disponibili. Trasformare i registri in database permette di monitorare queste attività in modo più efficiente.

La digitalizzazione degli archivi ha prodotto un effetto collaterale piuttosto evidente: una volta trasformati in database, i registri delle sepolture diventano facilmente consultabili. Alcuni comuni pubblicano online gli elenchi delle tombe, altri hanno introdotto sistemi di ricerca digitale all’interno dei cimiteri. Da qui nasce l’idea delle applicazioni che funzionano come mappe digitali dei campi cimiteriali: basta inserire un nome e il sistema indica la posizione della tomba. Nei cimiteri più grandi, dove le sepolture sono distribuite su ettari di terreno, questo servizio può diventare sorprendentemente utile. Alcune amministrazioni europee hanno già sviluppato sistemi di geolocalizzazione delle tombe che permettono ai visitatori di orientarsi con precisione tra viali e settori numerati.

Questo processo segna la nascita di quello che si potrebbe chiamare il cimitero digitale. Non nel senso che il luogo fisico scompaia (le tombe restano esattamente dove sono sempre state) ma nel senso che attorno a quel luogo si sviluppa una nuova infrastruttura informativa. Le sepolture diventano dati, consultabili e integrabili in sistemi informatici più ampi.

Quando i morti entrano negli ecosistemi digitali

Quando i cimiteri entrano nei database, il passo successivo è quasi inevitabile: quei dati iniziano a circolare in un ecosistema digitale più vasto. Ed è qui che il tema si allarga. Non riguarda più soltanto l’organizzazione degli archivi comunali ma il modo in cui la memoria dei morti si distribuisce negli spazi digitali.

Internet ospita da tempo luoghi dedicati al ricordo delle persone scomparse. Negli anni Novanta esistevano già siti commemorativi dove amici e familiari potevano lasciare messaggi o pubblicare fotografie. Con l’arrivo dei social network questa dimensione si è ampliata. I profili online continuano spesso a esistere anche dopo la morte dell’utente. Le piattaforme hanno sviluppato strumenti specifici per gestire queste situazioni. Facebook, per esempio, consente di trasformare un account in profilo commemorativo. Nelle linee guida ufficiali l’azienda spiega che questi account servono come spazio in cui amici e familiari possono condividere ricordi della persona scomparsa.

Il fenomeno ha attirato l’attenzione dei ricercatori. Uno studio dell’Oxford Internet Institute ha stimato che nel corso di questo secolo il numero di profili Facebook appartenenti a persone decedute potrebbe superare quello degli utenti viventi. Le piattaforme digitali stanno quindi diventando archivi di memoria collettiva che conservano tracce di vita quotidiana: fotografie, commenti, relazioni sociali.

Questo scenario introduce una dimensione demografica nuova. Le piattaforme online iniziano ad accumulare dati di persone che non ci sono più. In passato la memoria pubblica dei morti era custodita principalmente nei cimiteri, negli archivi anagrafici e nei registri ecclesiastici. Oggi una parte di quella memoria si sposta negli spazi digitali, dove resta accessibile a distanza di anni.

Quando questo universo incontra i cimiteri, nasce una combinazione curiosa. Il luogo fisico della sepoltura diventa un punto di accesso a una memoria digitale che può essere consultata da chiunque abbia uno smartphone. Alcuni progetti sperimentano QR code applicati alle lapidi che rimandano a pagine web dedicate alla biografia della persona sepolta. Altri sistemi integrano archivi genealogici digitali con mappe cimiteriali.

L’eredità digitale e i diritti dopo la morte

La questione non riguarda soltanto i cimiteri digitali. Si inserisce in un tema più ampio che riguarda la sorte dei dati personali dopo la morte. Ogni individuo lascia oggi una quantità crescente di informazioni online: account social, email, fotografie archiviate nel cloud, cronologie di messaggi e contenuti pubblicati nel corso degli anni.

Questa massa di dati costituisce una forma di eredità digitale. Alcune piattaforme consentono agli utenti di indicare in anticipo che cosa dovrebbe accadere ai propri account dopo la morte. Altre permettono ai familiari di richiedere la chiusura o la trasformazione dei profili in pagine commemorative.

In Italia il quadro giuridico è definito dall’articolo 2-terdecies del Codice della privacy, che stabilisce che i diritti relativi ai dati personali di una persona deceduta possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio o agisce per ragioni familiari meritevoli di protezione. Si tratta di una norma che riconosce la persistenza di alcune tutele anche dopo la morte.

Il punto centrale riguarda il controllo di questi dati. Chi decide come devono essere utilizzati? Chi può trasformarli in contenuti pubblici? Nel caso delle piattaforme commemorative la risposta è relativamente semplice: lo spazio digitale viene creato da familiari o amici. Quando invece l’informazione proviene da archivi pubblici, la questione diventa più complessa.

È qui che si inserisce la decisione del Garante. I database cimiteriali sono archivi amministrativi, costruiti per registrare le sepolture e consentire ai cittadini di localizzare le tombe. L’Autorità ha ritenuto che utilizzare automaticamente quei dati per creare profili digitali dei defunti introducesse un trattamento ulteriore rispetto alle finalità originarie.

Per questo il provvedimento impone la cancellazione dei profili generati automaticamente e stabilisce che eventuali servizi commemorativi possano essere offerti solo su richiesta degli utenti e senza utilizzare i database comunali delle sepolture.

I cimiteri nell’era delle piattaforme

Il caso Aldilapp non segna la fine dei servizi digitali legati ai cimiteri. Piuttosto indica che questa evoluzione dovrà muoversi entro confini più definiti. I Comuni stanno progressivamente informatizzando gli archivi funerari e difficilmente torneranno ai registri cartacei.

Secondo i dati dell’Istat nel 2023 in Italia sono stati registrati oltre 661mila decessi. Ogni anno i cimiteri devono gestire nuove sepolture, rinnovi delle concessioni, estumulazioni e manutenzione degli spazi. I sistemi informatici aiutano le amministrazioni a monitorare queste attività e a organizzare i servizi con maggiore efficienza.

Parallelamente continua a crescere la dimensione digitale della memoria. Le commemorazioni online, gli archivi genealogici e le piattaforme dedicate ai ricordi dei defunti sono ormai parte stabile dell’ecosistema digitale. È probabile che in futuro sempre più servizi colleghino luoghi fisici e spazi virtuali della memoria.

La questione non è se i cimiteri entreranno nel mondo digitale – in parte lo hanno già fatto – ma come avverrà questa integrazione. Il provvedimento del Garante indica un principio di base: i dati raccolti dagli enti pubblici per finalità amministrative devono restare separati da servizi che hanno natura sociale o commerciale.

In altre parole, la tecnologia può aiutare a trovare una tomba, ma non può trasformare automaticamente un registro pubblico in una piattaforma sociale. È una distinzione sottile ma significativa, che riguarda il modo in cui la memoria delle persone continua a esistere quando la vita si sposta – inevitabilmente – anche dentro i database.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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