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“A Torino abbiamo le palle piene dei terroni”: picchiato in mezzo alla strada. Aumenta la violenza tra i giovani

Roberto è arrivato a Torino otto mesi fa. Originario di Agrigento, laureato in Economia, impiegato di banca, è uno dei tanti ragazzi che dal Sud emigrano al Nord perché il lavoro, da quelle parti, è più facile da trovare.  

La notte tra il 1° e il 2 giugno stava uscendo con un’amica in zona Borgo Rossini quando ha chiesto a tre ventenni come arrivare a un locale lì vicino. Quando quei tre hanno capito che era siciliano, prima lo hanno insultato verbalmente con frasi come “A Torino abbiamo le palle piene dei terroni”, “siete ignoranti e analfabeti”. Poi lo hanno picchiato con calci e pugni, lasciandolo privo di senso in mezzo alla strada. 

Il 26enne è stato ricoverato al pronto soccorso del Maria Vittoria, dove gli sono stati messi otto punti di sutura alla testa. Poi, nei giorni successivi è andato alle Molinette dove gli è stata diagnosticata una doppia frattura alla mandibola che ha richiesto un intervento chirurgico. Querela presentata ai carabinieri. 

 Roberto ha denunciato l’accaduto spiegando che lo hanno colpito perché è del Sud. Nient’altro. I tre aggressori sono stati descritti come italiani poco più che ventenni e sono ancora in corso di identificazione da parte dei carabinieri. 

 Violenza giovanile in aumento 

Quello che Roberto ha vissuto in una notte è il sintomo di una violenza sempre più diffusa tra i giovani italiani dentro scuole, chat, cortili.  

 Dati Istat alla mano, nel 2023 il 21% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito atti di bullismo in modo continuativo, più volte al mese. Il 68,5% ha vissuto almeno un episodio offensivo, aggressivo o di esclusione nell’arco dell’anno: insulti, umiliazioni, violenza verbale, isolamento forzato. 
Ma perché i nostri giovani sono sempre più violenti? La risposta è complessa e tocca temi quali la diseducazione affettiva, l’incapacità di accettare un rifiuto e la cultura della violenza sempre più propugnata anche sui mass media. Ne ha parlato la psicoterapeuta e criminologa Barbara Fabbroni. 

Per approfondire: Perché i giovani uccidono? Dall’amore-possesso alla cultura della rabbia, l’analisi di Barbara Fabbroni  

Discriminazione e bullismo continuativo

Chi è percepito come “diverso” (per origine, nazionalità, accento, aspetto) è sistematicamente più esposto. 

Il 26,8% degli studenti di origine straniera dichiara episodi di bullismo ripetuti, contro percentuali più basse tra i coetanei italiani. Alcune nazionalità, quali ragazzi di origine rumena, ucraina, ma anche meridionali, sono quelli che più spesso ricevono insulti per la loro provenienza geografica o culturale. Il meccanismo è sempre lo stesso: si identifica qualcosa che rende diverse le vittime, si trasforma quella differenza in un bersaglio, si colpisce la persona. 

 Il bullismo continuativo è leggermente più frequente nelle regioni del Nord, dove il 21,6–22% dei giovani dichiara episodi ricorrenti, contro il 20% nel Mezzogiorno. Non significa che al Sud si stia meglio, ma che la concentrazione di “diversità percepita” al Nord, in un contesto di emigrazione interna e immigrazione straniera, produce più attrito. 

La normalizzazione dell’odio

I dati dicono che negli ultimi anni l’odio si è diffuso più velocemente subendo un processo di normalizzazione, che è ancora in corso. Il 34% degli 11–19enni ha vissuto almeno un episodio di cyberbullismo; il 7,8% lo subisce più volte al mese. Le forme cambiano: messaggi offensivi, foto diffuse senza consenso, meme razzisti, immagini manipolate con l’intelligenza artificiale usate per umiliare un compagno di classe straniero o “diverso”. 

Il punto è che le parole che tre ragazzi ventenni hanno detto a Roberto quella notte non sono uscite dal nulla, ma da un approccio discriminatorio che trova sempre più spazio senza che nessuno si opponga

Per approfondire: Discriminati e poveri, la situazione degli immigrati in Italia 

Diversi senza saperlo 

Un dettaglio che tende a sfuggire nel dibattito pubblico è che i più colpiti non sono i liceali, ma i pre-adolescenti. Il 23,7% degli 11–13enni dichiara episodi di bullismo ripetuti, la percentuale più alta di tutta la fascia 11–19 anni. Sono bambini che stanno costruendo la propria identità, che capiscono di essere “diversi” dagli altri per colore della pelle, per cognome, per accento, per città di provenienza, prima ancora di avere gli strumenti per elaborarlo. L’odio impara presto. E se non trova resistenza, cresce. 

 La difficoltà di denunciare 

 Roberto ha denunciato, ma non tutti lo fanno. Per paura, per vergogna o per sfiducia nelle istituzioni, molti casi di violenza finiscono nel vuoto alimentando un pericoloso senso di impunità e normalizzazione. I dati Istat mostrano che la maggioranza delle vittime di bullismo non ne parla con gli adulti di riferimento o con le autorità scolastiche. 

Quello che servirebbe non è un’altra campagna di sensibilizzazione fine a sé stessa.  

Servirebbe capire (seriamente, con dati e valutazioni psicologiche degli esperti) perché una parte consistente dei giovani italiani considera normale prendere di mira chi viene da altrove, chi parla in modo diverso, chi viene da fuori. Perché la normalizzazione del linguaggio aggressivo (che passa anche dai canali di informazione e dai social media, come osservato dalla criminologa Fabbroni in questo articolo) è l’anticamera della violenza fisica. 

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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