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Gen Z e lavoro: il 77,4% dei giovani vorrebbe parlare di più con i genitori del proprio futuro

“Non accettano consigli”, “sono apatici” e non “vogliono parlare con nessuno”: questi sono solo alcuni degli stereotipi più comuni sui giovanissimi, ma le ultime ricerche di Webboh Lab evidenziano una realtà profondamente diversa sulla Gen Z.

Demografica ha avuto accesso in anteprima ai risultati delle ricerche, che verranno presentati più nel dettaglio domani, 2 ottobre, nell’ambito del seminario Eza dedicato a “Le generazioni future nel mondo del lavoro”. Il dato più netto è rappresentato dal 77,4% degli adolescenti che vorrebbe parlare di più con i genitori del proprio futuro.

In altre parole, spiega l’osservatorio, non è vero che adolescenti e giovani vogliono tenere gli adulti fuori dalla propria vita. Chiedono piuttosto di essere ascoltati senza essere giudicati.

“Per capire che lavoratori saranno i giovani, bisogna prima capire come stanno diventando adulti. E per farlo occorre rovesciare il punto di osservazione: non partire da ciò che noi adulti pensiamo sia meglio per loro, ma ascoltare ciò che raccontano di sé”, spiega Furio Camillo, docente dell’Università di Bologna e responsabile scientifico dell’osservatorio permanente sulle nuove generazioni.

Prof. Furio Camillo - Direttore scientifico Webboh Lab
Prof. Furio Camillo – Direttore scientifico Webboh Lab

Oltre i cliché: perché non esiste una sola Gen Z

Un punto centrale dell’analisi, condotta su oltre tremila adolescenti, è che parlare genericamente di Gen Z è fuorviante perché non tiene conto di differenze (anche anagrafiche) importanti, come sottolineato nel saggio di Francesco Morace e Linda Gobbi “Ma quale Gen Z?”, pubblicato da Egea Editore.

Le ricerche hanno individuato diversi profili all’interno di questa generazione nel percorso di costruzione dell’identità, dagli adolescenti più dipendenti dallo sguardo degli altri agli “esploratori autentici” e agli “autodeterminati”.

Le quattro dimensioni della Talent Equation

Dentro la cosiddetta Talent Equation, le ricerche di Webboh Lab individuano quattro coordinate che oggi orientano il rapporto tra i giovanissimi e il lavoro: il Meaning, cioè il bisogno che l’attività professionale abbia un senso coerente con la propria identità; il Growth, la possibilità concreta di crescere e apprendere; il Balance, la compatibilità tra lavoro e vita privata; e il Trust, la fiducia riposta nell’organizzazione per cui si lavora.

I risultati sono in linea con la ratio dello “stipendio emotivo” sempre più cercato dalla Gen Z.

Anche su questo fronte, però, non esiste un modello generazionale univoco. Dall’analisi emergono sei modi differenti di vivere il lavoro, in cui senso, crescita, equilibrio e fiducia assumono pesi diversi a seconda delle persone: segno che le giovani generazioni italiane, lungi dall’essere un blocco compatto e uniforme, si muovono secondo priorità individuali molto più frammentate di quanto la narrazione comune lasci intendere.

Dall’immaginazione alla realtà: la Work Reality Exposure Curve

Un dato particolarmente significativo riguarda ciò che accade con l’aumentare dell’esperienza lavorativa.

La Work Reality Exposure Curve, presentata sempre da Webboh Lab, mostra come le priorità si modifichino passando dall’adolescenza all’ingresso effettivo nel mercato del lavoro. Con l’esperienza, il lavoro non perde valore, ma cambia significato. Alle aspettative iniziali di realizzazione personale si affiancano progressivamente bisogni più concreti, come la sicurezza economica, l’autonomia, la sostenibilità del proprio percorso e la qualità della vita complessiva.

Cosa chiedono i giovani alle aziende

Le ricerche condotte sulle giovani donne italiane restituiscono con particolare chiarezza questa doppia grammatica. Da una parte, il lavoro resta vocazione: espressione di sé, possibilità di lasciare un segno nel mondo. Dall’altra, diventa sicurezza: autonomia economica, condizione necessaria per costruire liberamente la propria vita, al di fuori di vincoli familiari o di coppia. Non si tratta di due visioni in conflitto tra loro, ma di bisogni che convivono nella stessa persona, e assumono pesi differenti a seconda della fase della vita in cui ci si trova.

Dal punto di vista demografico, questo dato aiuta a spiegare perché le giovani generazioni italiane non possano più essere lette attraverso categorie rigide, ma richiedano un’analisi capace di cogliere la coesistenza, spesso scomoda, tra desiderio di senso e bisogno di stabilità.

“Le organizzazioni stanno incontrando oggi domande che il mondo adulto ha già cominciato a sentire nelle famiglie: ascoltami, riconoscimi, fammi crescere, fidati di me. Non è necessariamente un rifiuto dell’autorità. È una nuova grammatica della relazione con il mondo adulto”, chiosa Furio Camillo.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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