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Pixel 11 Pro, la recensione: maturità dell’hardware e aspirazioni IA

(Adnkronos) – Google continua a costruire dispositivi pensati per essere utili, e il Pixel 11 Pro conferma questa traiettoria affiancando a Gemini Intelligence una novità concettuale più che tecnica: HiLight, la funzione che dovrebbe aiutare gli utenti a staccarsi dallo schermo. L’obiettivo dichiarato, ridurre il tempo passato sul telefono, non sembra un semplice slogan di marketing, ma una risposta a un disagio reale: le persone amano i propri smartphone e allo stesso tempo ne sono sopraffatte. HiLight, novità hardware della generazione 11 Pro di Pixel, è una luce di stato che permette di vedere tramite colori chi sta chiamando. 

Al lancio, però, HiLight non mantiene ciò che promette. Appoggiare il telefono a faccia in giù per concentrarsi è un gesto già diffuso, e sapere che sta arrivando una chiamata importante è utile, ma non basta come unica funzione reale a disposizione. Le luci di stato di Gemini, che segnalano ascolto, elaborazione e risposta, richiamano il linguaggio degli smart speaker: non sono indispensabili, dato che il riconoscimento vocale del comando di attivazione è ormai affidabile, ma trovano un loro senso quando il telefono è in carica sul comodino e si chiede a Google di spegnere le luci. HiLight potrà piacere a una parte degli utenti, ma resterà incompleta finché non supporterà anche la messaggistica. 

Sul fronte Gemini Intelligence, ovvero le nuove funzioni di intelligenza artificiale proattiva pensate da Google per Pixel 11, purtroppo l’Europa è destinata a restare indietro finché non saranno risolti i conflitti di Google con il Digital Markets Act dell’Unione. La prima delle funzioni di punta che non sono disponibili da noi è l’assistenza proattiva, evoluzione di quello che lo scorso anno si chiamava Magic Cue e in grado di offrire informazioni e azioni contestuali a partire da una conversazione.  

Diverso il discorso per Gboard Rambler, disponibile anche da noi. Si registra la voce dettando un messaggio e la trascrizione non compare in tempo reale: si tocca il microfono, si parla, si conferma con il segno di spunta, e solo a quel punto il testo appare, ripulito da pause ed esitazioni grazie all’elaborazione successiva. È un meccanismo più vicino al prompting che alla dettatura tradizionale. Generalmente, funziona molto bene. 

Sul piano hardware, il confronto con i modelli dell’ultimo anno, il Pixel 10 Pro prima e il Pixel 10a poi, lascia intuire dove Google voglia andare: verso un design più sottile e leggero, come dimostra la camera bar più sottile e con un unico strato di vetro a coprirla. Il modello fornito da Google per questa prova, con 16 GB di RAM e 512 GB di memoria, non mostra differenze percepibili rispetto a una configurazione più contenuta: i modelli con 256GB di spazio hanno infatti 12GB di RAM a bordo. 

Il Tensor G6 promette miglioramenti del 15% nell’apertura delle app e del 25% nella navigazione, e indubbiamente il telefono appare più scattante e veloce che mai, almeno nelle funzioni quotiodiane che non richiedono troppa elaborazione. Già alla prova con videogiochi o app complesse, il G6 a 3 nanometri mostra qualche incertezza. Tangibile è il contributo del nuovo processore immagini e della TPU più potente alla fotografia computazionale: le foto in notturna, ad esempio, vengono scattate con grande velocità rispetto al passato.  

La nuova posizione del chip NFC non cambia nulla per i pagamenti contactless, ma migliora la condivisione rapida di immagini tra dispositivi. Sul fronte della resistenza, il rivestimento dello schermo regge bene alla prova quotidiana, anche se non è invulnerabile ai graffi in condizioni particolari. L’autonomia dichiarata sale da 24 a oltre 30 ore, a fronte di una capacità della batteria leggermente inferiore rispetto al modello precedente. 

Sul comparto fotografico, la novità più godibile sono i preset, che pur non inventando nulla rispetto ad app di terze parti come Snapseed, hanno il merito di essere integrati e quindi più naturali da usare. Ai toni HDR originali si affiancano ora Naturale, Ombre e Vaniglia, selezionabili come predefiniti permanenti. Il nuovo pannello di controlli rapidi, che permette di scegliere fino a quattro parametri da mostrare a lato del mirino, migliora sensibilmente l’accesso ai controlli manuali rispetto al vecchio menu a carosello.  

L’Instant Night Sight resta la funzione più utile in assoluto, con miglioramenti di velocità dichiarati fino a 4,5 volte rispetto ai modelli precedenti, merito dei nuovi sensori e della maggiore potenza di calcolo dedicata. Presente anche Magic Capture, una nuova funzione che permette di registrare un video e allo stesso tempo lasciare che l’IA estragga da questo gli scatti migliori e più spontanei dei soggetti coivolti. Infine, l’IA è a tutta potenza nello zoom pro, che torna anche quest’anno aumentando il massimo ingrandimento possibile da 100x a 120x. 

Il Pixel 11 Pro, nel complesso, è un ottimo telefono che come sempre si rivela top di gamma quando parliamo di fotografia. Dispiace che non tutte le funzioni legate a Gemini Intelligence siano disponibili in Europa, ma con sette anni di aggiornamenti promessi da Google e la garanzia di avere sempre gli update di Android più recenti, si conferma come la scelta migliore per i puristi della grande G, specialmente quelli che desiderano un camera phone punta e clicca senza rivali. 

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webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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