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Jjerome87 (Alt-J) riparte da ‘The Canyon’: “Diventare padre ha cambiato tutto”

(Adnkronos) – Per quasi vent’anni la sua voce è stata una delle firme più riconoscibili degli Alt-J, band capace di vincere il Mercury Prize, conquistare le classifiche britanniche e costruire una carriera da miliardi di stream. Oggi Joe Newman sceglie una strada in solitaria sotto lo pseudonimo di JJerome87, progetto nato lontano dalle dinamiche di gruppo e alimentato da una fase della vita che lo ha cambiato profondamente: la paternità. Il 26 giugno uscirà ‘The Canyon’, album d’esordio solista registrato a Los Angeles insieme al produttore Carlos de la Garza, un lavoro che mescola soul, songwriting cinematografico e frammenti di quotidianità tra realtà e immaginazione. Un disco che prende il nome da un piccolo caffè di Echo Park e che racconta al tempo stesso i coyote incontrati all’alba sulle colline di Los Angeles, le ossessioni digitali della vita contemporanea e la scoperta di osservare il mondo attraverso gli occhi di una figlia. 

In una tiepida giornata di primavera l’AdnKronos incontra Newman a Milano per parlare di questa nuova avventura. Seduto davanti a un caffè, il musicista britannico racconta senza filtri la necessità di allontanarsi temporaneamente dagli Alt-J, il rapporto con il cinema che da sempre alimenta la sua scrittura e il modo in cui la nascita di sua figlia abbia cambiato il suo sguardo sulle cose. “Continuavo a scrivere – confessa – Stavo vivendo una quantità di emozioni nuove e avevo bisogno di raccontarle con una voce diversa”. 

Dopo quasi 20 anni con gli Alt-J, cosa ti ha fatto pensare che fosse il momento giusto per iniziare un progetto solista?
 

“Dopo aver finito un album come ‘The Dream’ (uscito nel 2022, ndr) di solito sei un po’ svuotato creativamente e hai esaurito tutte le tue energie. Normalmente fai una pausa, inizi la promozione e fai il tour, ma io continuavo a scrivere. E credo fosse perché stavo vivendo una sorta di ondata di emozioni nuove: ero appena diventato padre. Stavo vivendo esperienze molto intense: la nascita di mia figlia e il doverla crescere. Questo ha generato molta nuova scrittura. Mi sono reso conto che mi sentivo più a mio agio nello scrivere queste separatamente dalla band, perché erano molto personali. E mi sembrava un po’ strana l’idea di tornare a lavorare con la band avendo tanto materiale su mia figlia, considerando che anche loro hanno figli. Ho pensato che fosse più giusto, sia per me che per la band, portare avanti questa cosa da solo, per un periodo. E poi, anche se è un cliché, se sei abbastanza fortunato da avere successo con una band e durare nel tempo, arriva un momento in cui senti il bisogno di fare qualcosa da solo per via delle dinamiche interne. In fondo sono come fratelli. E penso che sia una decisione sana provare a scrivere senza un ‘comitato’ che controlla tutto quello che fai, che è un po’ quello che succedeva con gli Alt-J. Quindi volevo fare qualcosa da solo e vedere che forma avrebbe preso”. 

Anche il fatto che tu abbia scelto un nome diverso, il nickname Jerome, è stato un modo per prendere le distanze da Joe Newman?
 

“Sì, credo di sì. Joe Newman nel Regno Unito non è un nome molto distintivo. E poi c’è un artista che si chiama John Newman. Il mio nome completo è Joe Jerome Newman e il mio nome su Instagram è JJerome87. Mi piaceva anche l’idea di avere un numero nel nome, quindi ho scelto JJerome87”. 

‘The Canyon’ è pieno di riferimenti visivi molto vividi. Quanto è stato importante per te costruire anche un’atmosfera cinematografica nel disco?
 

“È quello che mi motiva a scrivere: pensare per immagini. Sono un grande amante del cinema, adoro i film. Molte delle mie idee vengono da quello che vedo sullo schermo. Inoltre tendo a ‘montare’ i testi in modo cinematografico. È la mia comfort zone: lasciarmi andare alle fantasie che ho nella testa e ‘dirigerle’ attraverso le canzoni. È il mio modo di comunicare i miei interessi. Il cinema è una parte enorme di come scrivo, ed è qualcosa che amo profondamente. Ho anche una grande immaginazione, che spesso mi distrae. Usarla in modo positivo significa scrivere. Voglio che le persone vedano il mondo che ho nella testa, quindi è uno strumento fondamentale”. 

C’è stata un’immagine iniziale da cui sei partito per costruire l’album?
 

“Sì. Nei primi anni ho avuto una rivelazione quando ho scritto ‘Matilda’, che è ispirata a Léon’, il film di Luc Besson con Jean Reno e Natalie Portman. Me ne sono innamorato da piccolo. L’immagine finale, quando lui è sdraiato sul pavimento e il detective apre il suo giubbotto pieno di granate è stato il momento in cui ho capito che potevo scrivere di ciò che vedevo e che mi colpiva. Potevo raccontare queste storie. Molti cantano della propria vita tormentata ma io ho avuto un’infanzia molto serena, genitori fantastici, niente di cui lamentarmi. Quindi mi sono chiesto: cosa mi distrae davvero? I film. È la cosa che amo di più. Così ho iniziato a scrivere di quello. Da lì ho sempre fatto riferimento al cinema, alle immagini, alle scene. Anche in questo album è stato così: è una sorta di rifugio per me”. 

Oltre al cinema da cosa ti sei lasciato ispirare?
 

“Ovviamente prendo anche spunto dalla vita di tutti i giorni. Per fare un esempio: una volta ho litigato con la mia compagna e dopo le ho detto scherzando: ‘Mi ami ancora?’. E lei ha risposto: ‘Sì, ma è sepolto in profondità’. Da lì è nata un’idea per una canzone. Oppure ‘Two Hearts Again’ deriva da una frase che lei aveva scritto come didascalia sotto una foto — ‘two hearts in one body’. Le ho chiesto se fosse sua, e quando mi ha detto di sì, le ho chiesto se potevo usarla. Quindi sì, prendo molto dagli altri, dalla vita quotidiana”.  

Sei un osservatore e un narratore…
 

“Molto del mio lavoro è cucito insieme da appunti presi in momenti diversi: cose che ho pensato, sentito, conversazioni con amici o familiari. Scrivo tutto perché è una risorsa incredibile quando non hai idee sul momento. Non entro in una stanza e scrivo una canzone tutta d’un colpo: la costruisco lentamente, pezzo per pezzo. Il miglior consiglio che posso dare è: scrivete tutto ciò che vi colpisce. Frasi, letture, pensieri. Poi nel tempo li filtrate, li trasformate e li adattate. Così ogni verso ha un senso e una forza. Non è improvvisazione: è una raccolta costruita nel tempo”. 

Nell’album c’è una canzone, ‘Quaalude’, in cui descrivi lo smartphone come un sedativo moderno. Come hai trasformato questa esperienza in musica?
 

“È iniziato dal notare che il mio stato mentale si riflette nel modo in cui uso il telefono. Se non sto bene, lo vedo da quello che guardo su YouTube. Nel brano c’è una frase: ‘CCTV images of industrial accidents on YouTube for way too long now’. Guardavo compilation di incidenti industriali. Mi sono chiesto: perché mi attraggono queste cose così disturbanti? Credo sia una forma di voyeurismo, qualcosa di lontano dalla tua vita ma accessibile. Ti desensibilizza. E ho capito che il telefono è un’estensione del modo in cui elaboro il mondo. Un esempio: il compleanno di mia figlia. Compiva due anni e io stavo guardando su Wikipedia una lista di persone famose morte quel giorno. Non ero presente. Il telefono ti permette di accedere a qualsiasi cosa, anche alle curiosità più oscure, proprio quando dovresti essere nel momento reale. È privato, anche quando sei in pubblico. Questa facilità di accesso rende tutto molto più dipendente. È ancora una relazione complicata per me. E quando ho scritto quella prima frase, ho capito che poteva essere un ottimo punto di partenza per raccontare qualcosa che viviamo tutt”i. 

Hai parlato molto di tua figlia di cinque anni. Come ha cambiato il tuo modo di scrivere?
 

“Quando hai un figlio capisci che ami qualcosa più di te stesso. È una risorsa enorme per scrivere. Osservi come vede il mondo, come lo interpreta. Diventi più sensibile, più consapevole della realtà, della politica, della mortalità. Perdi anche un po’ la tua identità, e nasce una nostalgia per chi eri prima: il bere, le droghe… cose che non faccio più. Ma proprio per questo ora riesco a rifletterci meglio e ne parlo di più nei testi. Ti permette di compartimentare il passato e usarlo come materiale creativo”. 

Le canzoni dell’album esplorano molte forme di amore. Come tieni insieme tutte queste emozioni?
 

“In realtà lavoro una canzone alla volta. Non penso all’album come un insieme. Poi, quando metti tutto insieme, capisci che funziona perché viene da te. E spesso sono gli altri — pubblico, fan, interviste, a spiegarti il senso del disco. Lo trovo molto interessante. Io scrivo, poi gli altri interpretano e mi aiutano a capire meglio quello che ho fatto. Molto nasce da esperienze formative, come il primo grande cuore spezzato. Quella è stata una fonte di energia enorme per tutta la mia scrittura. Ancora oggi torno a quelle emozioni. Anche se sono passati anni, riesco ad accedervi e usarle per raccontare nuove storie”. 

Questo album sembra l’inizio di un nuovo capitolo. Dove vedi andare questo progetto? E porterai qualcosa di questo nuovo linguaggio negli Alt-J?
 

“All’inizio non sapevo quale fosse la mia voce. Poi, nel tempo, si è evoluta. Ora sto tornando alle mie radici: la soul music. Sto cantando in modo più vicino a ciò che mi ha ispirato all’inizio, come Sam Cooke e Otis Redding. Questo si sente molto in questo disco. In futuro continuerò su questa strada, anche con la band. È uno stile in cui mi sento a casa, anche se è solo un ingrediente. C’è un’evoluzione lenta, naturale. Non voglio mai forzare le cose o ripetere il successo. È facile cadere nella trappola di replicare un album riuscito, ma noi non l’abbiamo mai fatto. Preferiamo evolverci insieme a ciò che viviamo”. 

Lo porterai dal vivo?
 

“Sì, mi piacerebbe molto. Sto mettendo insieme una band. Farò un concerto il 25 giugno a Londra, al Bush Hall, e spero di portarlo in tour in Europa. Mi piacerebbe tantissimo anche venire in Italia. Amo il vostro Paese e i fan italiani sono incredibili. Ricordo un concerto a Milano una decina d’anni fa: sembrava di essere nei One Direction. C’era la sicurezza ad accompagnarci dal palco al bus. Non succede spesso e non lo dimenticherò mai. Mi piacerebbe rivivere quella energia con il progetto solista. Spero davvero di tornare”. (di Federica Mochi) 

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